Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivio per la categoria “Esperienze”

Papa Francesco: la felicità non è un’App, e neppure la Messa

francesco ragazzi

La Messa presieduta da Papa Francesco per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze il 24 aprile era da me attesa con una certa curiosità, lo confesso, soprattutto in riferimento al programma musicale della celebrazione. Ma, a giudicare dai commenti sui social, credo di non essere stato affatto il solo, anzi. Di sicuro il Santo Padre non entra nel merito delle singole scelte, ci mancherebbe, ma qualche suo input almeno di orientamento generale, immagino che venga richiesto e che arrivi. Dunque, poteva giungere da piazza San Pietro qualche sorpresa? Un “Alleluia-clap-clap”, ad esempio, che in qualunque Messa celebrata con i ragazzi nelle nostre diocesi e parrocchie viene piazzato? Direi che questa sarebbe stata un’aspettativa ingenua; ma qualche canto stile pop, o “moderno” come alcuni dicono, in molti se lo attendevano. Magari accompagnati da chitarre, batteria e bonghi. E ciò sarebbe stato accolto come un’ulteriore apertura di Papa Francesco, sempre attento alle esigenze del popolo. Invece, nulla di tutto questo. Ha cantato la Cappella Sistina “aggiustando” per l’occasione le consuete proposte (vedi più sotto). Un prete della mia Diocesi mi ha riferito che per alcuni ragazzi la Messa è stata un po’ pesante, ma che ci sono anche stati momenti di silenzio bello e orante. Certo, ci sta tutto che un ragazzo o una ragazza dai 13 ai 16 anni – al terzo giorno di permanenza a Roma, che a seguito di giornate impegnative ha dormito (?) nel sacco a pelo – che alle ore 7.30 di domenica si trova già in Piazza San Pietro per la Messa delle 10.30, possa essere un po’ “fuso”. E quindi? Questa Messa ci suggerisce l’idea che il canto liturgico non è ricreazione, e che non va usato, anzi, abusato in tal senso. Inoltre certe idee che si fondano unicamente su preconcetti di certi adulti, devono cadere. Per esempio che il canto gregoriano non sia adatto ai ragazzi. Assolutamente falso: io stesso, che un tempo ero scettico, ho visto che non è così. Certo che se vedono noi storcere il naso appena sentiamo una parola di latino, è finita… Ma questa è pura ignoranza. “Non accontentatevi della mediocrità! (Papa Francesco).

Programma canoro della celebrazione

Canto d’inizio: Inno del Giubileo della Misericordia
Atto penitenziale: Kyrie gregoriano semplice
Gloria (de angelis)
Alleluia gregoriano
Canto di offertorio: Passa questo mondo
Santo (G. M. Rossi)
Padre nostro gregoriano in italiano
Canti di comunione: Beati quorum via integra est;
Sei tu Signore il pane; Il Signore è il mio pastore
Regina coeli.

Altri interventi cantati tra cui la proclamazione del Vangelo.

Libretto delle celebrazione
Youtube

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Giubileo sì o Giubileo no?

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Il Giubileo delle Corali e degli Animatori liturgici è ufficialmente a calendario: l’organizzazione è a cura del Coro della Diocesi di Roma (qui il sito) e ormai manca poco più di un mese al termine delle iscrizioni. In molti, compreso il sottoscritto, a suo tempo auspicarono l’evento e c’è da complimentarsi con il coro diretto da Mons. Frisina per essersene fatto carico, anche se personalmente qualche perplessità ce l’ho. Su tutto balza all’occhio la non internazionalità dell’evento: questo mi dispiace, soprattutto perché il Giubileo delle Corali rischia di essere il frutto di dinamiche tutte italiane – o perlomeno può esserne condizionato – che non fanno molto bene alla Chiesa, anzi. Prendo atto che, a tutt’oggi, l’Ufficio Liturgico Nazionale non ne fa neanche un cenno: come mai? O che l’Associazione Italiana Santa Cecilia ha un suo evento a Milano appena la settimana prima (programmato da tempo). Sia ben chiaro non ce l’ho con nessuno e neppure voglio attribuire ragioni o torti, ci mancherebbe. Resta il fatto che una bella espressione di comunanza d’intenti non c’è. E se ciò non accade nelle realtà ecclesiali più significative e rappresentative, come può essere diverso nelle nostre diocesi e parrocchie?

Il Giubileo delle Corali sarà dal 21 al 23 ottobre

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Dopo che su questo blog in anteprima è stata data la notizia del Giubileo delle corali, sono seguite richieste di informazioni alle quali non è stato possibile rispondere poiché nessun ulteriore dettaglio è trapelato fino a pochi giorni fa, quando si è saputo che la data è stata posticipata al 21-23 ottobre e che ad assumersi l’onere dell’organizzatore sarebbe stato il Coro della Diocesi di Roma. La cosa ha destato in molti un grande entusiasmo ma anche qualche perplessità e, personalmente, qualche interrogativo: riuscirà l’organizzazione a non creare un evento, mi si passi l’espressione, “Frisina-centrico”? Saranno capaci di rispettare e valorizzare le tante anime della musica sacra liturgica? Per esempio, mi riferisco ad Universa Laus, all’Associazione Santa Cecilia, al Pontificio Istituto di Musica Sacra e agli Istituti di Musica Sacra diocesani. E dato che il Giubileo è un evento di cattolico, occorrerà tenere in debito conto anche le validissime realtà estere. Certamente è un grande impegno e un bel servizio: auguro agli organizzatori di poterlo svolgere per il meglio.

Dunque, nella Memoria Liturgica di San Giovanni Paolo II si terrà il Giubileo delle Corali e degli Animatori Liturgici, rivolto a tutti i Laici, Sacerdoti, Direttori degli Uffici Liturgici, Direttori di Coro, Musicisti, Coristi, Organisti, Scuole di Musica Sacra, Cappelle Musicali, Corali Diocesane e Parrocchiali, Bande musicali a servizio della Liturgia e della pietà popolare e a quanti, loro familiari e amici, vorranno partecipare. Dal sito del Giubileo si evince il seguente programma:

Venerdì 21 ottobre 2016

Ore 08:00 Accesso in Aula Paolo VI da Piazza del Sant’Uffizio (Cancello del Petriano).
Ore 09:00 Inizio del Convegno “La Musica nella Liturgia per l’Evangelizzazione”.
Ore 13:00 Pausa pranzo (libero).
Ore 14:30 Continuazione del Convegno.
Ore 19:00 Termine dei lavori.

Sabato 22 ottobre 2016

Ore 07:45 Ritrovo dei partecipanti in Via della Conciliazione.
Ore 08:00 Accesso in Piazza San Pietro in un settore dedicato.
Ore 10:00 Udienza Giubilare di Papa Francesco.
Ore 16:00 Ingresso in Aula Paolo VI da Piazza del Sant’Uffizio (Cancello Petriano).
Ore 18:00 Concerto del Coro della Diocesi di Roma e dell’Orchestra Sinfonica, diretti da Mons. Marco Frisina, con la partecipazione di tutte le Corali intervenute.

Domenica 23 ottobre 2016

Basilica di S. Pietro – Pellegrinaggio alla Porta Santa – Santa Messa.
Ore 08:00 Ritrovo dei partecipanti presso il gazebo bianco a Castel Sant’Angelo e inizio pellegrinaggio verso la Porta Santa di San Pietro.
Ore 10:00 Sistemazione nella Basilica di S. Pietro nei posti assegnati (divisi per voce di canto) e prove di canto.
Ore 10:30 Santa Messa presieduta da S.E.R. Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pont. Cons. della Nuova Evangelizzazione, e animata dal Coro della Diocesi di Roma insieme a tutte le Corali intervenute.
Piazza San Pietro – Angelus del Santo Padre.
Ore 12:00 Angelus.

Iscrizioni ed ulteriori informazioni sul sito www.giubileocorali.com

Scarica la locandina

 

Musica e liturgia, il tempo della RINASCITA?

organ

…Che tra liturgia e cultura ci sia una forte prossimità lo conferma monsignor Vincenzo De Gregorio, organista e dal settembre 2012 preside del Pontificio istituto di musica sacra, il “conservatorio” della Santa Sede: «Alcuni dei fenomeni italiani degli ultimi decenni non hanno riscontro in altri Paesi, dove la formazione musicale generale è diversa. Basti pensare che in Italia i libretti del canto liturgico riportano solo il testo, altrove c’è anche il pentagramma. Il problema a monte, dunque, resta soprattutto la formazione musicale». Di laici e sacerdoti: «Data la scarsa preparazione, molti parroci hanno dato spazio a chi si diletta di musica – persone alle quali, sia chiaro, va un grande rispetto per l’impegno. Questo però ha incoraggiato il dilettantismo e l’individualismo nelle scelte e nella creazione di nuove musiche».

La responsabilità, secondo De Gregorio, è però anche di chi non ha affrontato per tempo il problema. «Eppure i testi ufficiali erano chiari: i canti nelle lingue volgari devono essere approvati dall’ordinario. Questa indicazione è stata elusa due volte: in primis dallo stesso ordinario che non si è applicato all’esame e alla scelta delle musiche. E quindi da laici e dai religiosi, che si sono inventati cantautori. La lacuna è stata in parte sanata recentemente con la pubblicazione del repertorio nazionale della Cei nel 2009. Ma la raccolta è stata effettuata nel 1999: a oggi mancano quindi già quindici anni di musica. Se poi contiamo che ogni movimento ha il suo repertorio… Non sono per un dirigismo stretto, ma non posso nemmeno pensare che tutto possa passare senza un vaglio minimo».

Leggi l’articolo su Avvenire.

Nulla di nuovo o di non già detto. Ma le cose ripetute aiutano, ne sono sicuro. Tuttavia mi sono permesso di aggiungere un punto di domanda al titolo di Avvenire: il fatto è che vedere nell’oggi il tempo della rinascita mi sembra un po’ troppo. Direi piuttosto che quello odierno sia il tempo della semina, e che altri mieteranno quello che non hanno seminato…

Nel ’66 la Messa beat. E oggi?

beat

Dentro musica, battimani e scene isteriche. Fuori una calca di giovani, con le forze dell’ordine in stato di assedio a blindare l’ingresso. È il 27 aprile 1966 e non è un concerto dei Beatles, ma la prima esecuzione della Messa dei Giovani di Marcello Giombini: la celebre “messa beat”… E la Chiesa elettrizzata e anche sconvolta dagli esiti della costituzione Sacrosanctum Concilium che, ammettendo la lingua volgare nel rito, genera in alcuni una sorta di liberazione rispetto al passato, in altri una sensazione di profondo smarrimento. Questo fatto produce una terra di nessuno in cui diversi attori liturgico-musicali fanno la loro comparsa. E, naturalmente, gli uni contro gli altri… A 50 anni di distanza, quella “litigiosità” sulla musica nella liturgia non sembra venire a patti. Difficile trovare un argomento ecclesiastico su cui le discussioni siano più roventi.

Leggi l’intero articolo su Avvenire.

Aggiungo solo un veloce pensiero a margine. Probabilmente bisognava passare da lì e forse quegli esperimenti erano necessari: non mi sento di condannare e non mi straccio le vesti. In ogni caso, la questione odierna non è ciò che è stato. Il cammino che oggi deve essere decisamente intrapreso, è quello che conduce a mettere a tema la musica, e quindi il canto, come linguaggio della liturgia. Solo così sarà possibile superare la crisi della musica liturgica. E’ necessario far maturare quei punti di vista che, anche con scelte operative paradossalmente di segno opposto, riducono la musica liturgica a musica e canto nella liturgia o per la liturgia, dove le preposizioni dicono di due elementi pensati in modo estrinseco, che condividono unicamente la simultaneità dell’esecuzione, liturgica e musicale.

Come fare con i giovani?

giovani coro

Di tanto in tanto, quando si affronta la tematica del canto liturgico, emerge la questione della presenza (o assenza) dei giovani nei cori. Ovviamente non si sta parlando di cori “giovanili”, ma di cori parrocchiali e basta. Dunque, così è stato al Convegno dei cori liturgici che si è tenuto ad Asti il 21 febbraio nel corso del lavoro a gruppi che ha seguito la relazione iniziale. Si è avvertita una evidente preoccupazione, che perlopiù si è manifestata nella domanda: “Come fare a coinvolgerli?”. La questione è lecita, visto e considerato che i giovani sono il futuro – come si suol dire – e diventa ancor più significativa se consideriamo alcune realtà corali ormai formate in gran parte da ultrasettantenni, destinate quindi a ridimensionarsi fortemente, se non a sparire, nel giro di non molto. Anche questo fa parte di una Chiesa che cambia, talvolta a suo malgrado.

Innanzitutto dobbiamo ricordarci che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, e che il coro (o il direttore di coro) non può farsi carico di situazioni che richiedono l’attenzione pastorale della Chiesa nel suo complesso. Guardiamo, dunque, alla nostre assemblee: in quale percentuale sono formate da giovani? Ecco, direi che – sotto questo profilo – un coro parrocchiale goda di “buona salute” se l’età media dei suoi componenti rispecchia almeno quella dell’assemblea. Intendiamoci, non che questo mi lasci tranquillo, ma non lo reputo innanzitutto un problema del coro se tendenzialmente i giovani sono poco presenti a Messa. Un sano realismo, da questo punto di vista, permette di evitare anche certe scelte che la storia ha già indicato come scarsamente feconde e anzi talvolta fonte di problemi: vedasi i “cori giovanili”, una scorciatoia pastorale che quasi sempre perpetua errori già fatti. Vedasi anche il cosiddetto “repertorio giovanile” che ammicca in quanto facile, immediato, spicciolo, di solito non necessita di competenze musicali, né grosso impegno.

Invece, un primo aspetto doveroso per un coro, anche nei confronti dei giovani, è che si facciano le cose bene. Bando al pressapochismo e all’improvvisazione, e ci si preoccupi che chi è alla guida del coro sia una persona competente, musicalmente e liturgicamente. Per quanto possibile. Già: magari non avrà conseguito una laurea in teologia o un diploma al conservatorio. Ma che conosca i fondamentali della musica e sappia distinguere l’Avvento dalla Quaresima, una dossologia da un Kyrie eleison, è chiedere troppo? Se queste competenze non ci sono, si può provvedere: andando a lezione e studiando. La persona sincera, che con bontà porta avanti il suo servizio musicale nella liturgia lo farà, magari incoraggiata dal parroco e supportata dalla comunità parrocchiale che gli pagherà il corso formativo. Una persona egocentrica, che nel coro parrocchiale ha trovato il suo spazio per apparire, no. Rimarrà nella sua ignoranza. E questa è tra le cose peggiori che possa capitare ad un coro e ai suoi giovani.

Un secondo aspetto importantissimo è quello relazionale. Non ci saranno molti giovani a Messa, ma alcuni sì. Qualcuno del coro li conosce? Magari, con i giusti modi, si potrebbe far loro un invito e chiedere se vogliono venire alle prossime prove, per vedere come funziona la cosa. Ammesso e non concesso che il “clima” che troveranno in quella sede sia disteso e sereno, accogliente, amichevole. Che il giovane (così come un adulto) non si ritrovi tra persone sbuffanti, venute quasi mal volentieri, o che parlano tra di loro di cose che non si comprendono. Vero?

Cantare la liturgia

cantare

Dopo 50 anni dalla riforma liturgica è opportuno fare il punto della situazione, quasi un tagliando, per procedere più spediti e con più entusiasmo. Stiamo attraversando un momento di appiattimento nelle celebrazioni. In molte chiese manca la guida del canto dell’assemblea. Certe liturgie sono animate da persone con poca preparazione liturgica e musicale. Il punto centrale è la formazione; perciò bisogna ripartire dai seminari.

Segnalo che la rivista “Vita Pastorale” (Periodici San Paolo) nel numero di febbraio 2016 ha pubblicato un dossier intitolato Cantare la liturgia il quale, tra i link utili, porta anche questo blog (vedi pag. 37). Grazie!

Ecco il sommario:
– Il canto liturgico: luci e ombre (Antonio Parisi)
– Ci sarebbe da fare… (Antonio Parisi)
– Da Pio X al Concilio (Vincenzo De Gregorio)
– Le scuole ci sono (Carlo Paniccia)
– Prima dei canti, insegnare a cantare (Franco Gomiero)
– Suonare è pregare (Pierangelo Ruaro)
– La partecipazione attiva (Domenico Donatelli)

Clicca qui per il download del dossier.

Coristi e formazione

choir

Buongiorno a tutti,
vorrei conoscere il vostro parere sull’ aspetto più prettamente spirituale di un coro liturgico, cioè sulla formazione e sul percorso di fede che a mio avviso i coristi dovrebbero fare. Che tipo di iniziative prendete in questo senso? E quanto successo riscuotono? I vostri parroci sono attenti a quest’aspetto?
Io non riesco a considerare un coro liturgico come un coro qualsiasi, non ci si può limitare a cantare e basta, noi abbiamo motivazioni diverse, svolgiamo un vero e proprio ministero, ma mi sento un po’ sola quando affronto questo tipo di problemi. Qual’è la vostra esperienza? Grazie.

La questione è stata posta su Facebook in un gruppo dedicato agli “animatori liturgico-musicali” e certamente riguarda un aspetto importante e spesso doloroso: quello riguardante la formazione dei coristi di un coro liturgico. Alcuni utenti online hanno condiviso la necessità, preoccupati del fatto che si possa insinuare il pericolo dell’esibizionismo e constatando, peraltro, di non essere mai riusciti ad attuare una proposta formativa poiché i coristi stessi lamentano i loro troppi impegni. Altri hanno riaffermato l’importanza dell’aspetto spirituale e formativo in mancanza del quale il coro viene minato nel suo funzionamento. Si è inoltre constatato il diffuso disinteresse del clero. Tuttavia, al quesito sono mancate le risposte più attese, che sarebbero state anche per me le più interessanti. Racconti e testimonianze di esperienze positive e riuscite, purtroppo, queste non si sono viste. E neanche io ne ho da portare, ahimè.

Che dire. E’ inutile girarci intorno: i nostri cori parrocchiali sono composti in buona parte da persone che si sono unite per il semplice piacere di cantare e che hanno trovato un modo più gratificante di partecipare alla Messa. Ho esagerato? Forse, ma solo in parte. Nei cori liturgici sono presenti anche persone coscienziose che desiderano fare le cose per bene, e che tuttavia devono continuamente fare i conti con la disponibilità altrui. E non soffermiamoci sui casi di eccesso e mancanza di equilibrio, anch’essi presenti, da un versante e dall’altro. Mi sorgono, dunque, alcune domande: ma non è così anche nelle nostre assemblee? Esiste un’assemblea liturgica perfetta? Quanti dei fedeli presenti alla celebrazione domenicale, verrebbero ad una catechesi infrasettimanale? Non è il “mal comune” che voglio invocare. Ma solo constatare che ci stiamo imbattendo nella “normalità” del popolo di Dio, che certamente deve essere condotto ad una maggiore consapevolezza di ciò che celebra, con moderazione, cioè senza aspettarsi passi da gigante, e senza abbattersi.

Per abbozzare alcune risposte ai quesiti iniziali, certamente non richiederei ai coristi altri incontri, oltre a quello celebrativo domenicale e a quello delle prove infrasettimanali. Già è molto. Se il coro si trova a provare per la domenica successiva, si potrebbe iniziare dedicando una maggiore attenzione al brano evangelico di quel giorno, magari leggendolo insieme e corredandolo di qualche altro brevissimo testo tratto dal formulario di quella celebrazione. Chi di dovere potrebbe poi dare conto ai coristi dei motivi che hanno spinto alla scelta di quei determinati canti (aggancio con le antifone e le orazioni). Il tutto nei dieci minuti iniziali. Se si inizia ad imparare un canto nuovo, anziché buttarsi a capofitto sulla melodia, si potrebbe iniziare soffermarsi sul testo, mettendo in luce gli aspetti più significativi di quel brano e collocandolo nel suo utilizzo liturgico. Per quello che riguarda gli incontri formativi, a mio avviso occorrerà agire a livello interparrocchiale e diocesano. Innanzitutto per determinare degli incontri tra direttori/responsabili dei cori, al fine di una conoscenza reciproca, uno scambio di esperienze e di opinioni, e in seguito, anche per far emergere alcune proposte per i coristi, sempre a livello interparrocchiale e/o diocesano. Invito fin da subito a superare la resistenza: “Ma non vengono in parrocchia, figuriamoci altrove!”. Sarà anche così adesso, forse, non ne sono sicuro e al dire il vero, mi interessa solo in parte. Occorre preparare il terreno per il futuro, altrimenti…

P.S.
Domenica ci sarà ad Asti il primo convegno per i cori liturgici diocesani: “Atto di canto, atto di fede. Il linguaggio sonoro della Messa”. Speriamo bene!

Papa Francesco, la ninna nanna e il canto liturgico

papa francesco pueri cantores

L’esempio portato da Papa Francesco nel suo colloquio con i Pueri Cantores, che già ho raccolto in questo articolo, può ancora giovare ai temi che ci interessano. Forse per la lettura di questo articolo vi servirà più pazienza del solito e per questo mi scuso.

Quando la mamma vuol fare addormentare il bambino, non gli dice: “Uno, due, tre, quattro…”. Gli canta la ninna nanna… la canta… e gli fa bene all’anima, il bambino diventa tranquillo e si addormenta.

Il canto della ninna nanna riguarda momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che possiamo immaginare. La ninna nanna non viene da sola ma nasce e si fonde in un insieme di gesti tipici e identificabili, efficaci in quanto ripetuti, rituali: il contatto fisico, la vicinanza, il tempo dedicato e, appunto, il suono della voce. Elementi di varia natura dosati quasi ad arte, articolati a seconda delle situazioni. Non esiste una ricetta: dipende dalla conoscenza che ogni mamma ha del suo bambino. Tuttavia, la vita quotidiana ci istruisce sul fatto che questo modo di accompagnare ad una buonanotte non sia l’unico, ma che occorra considerarne anche un secondo, che pure può capitare, e che assomiglia molto, quanto a modalità, al contare “Uno, due, tre quattro”. Lo potremmo più o meno identificare con le parole: “Su, dormi”. Certo, questo messaggio espresso a livello verbale bada alla sostanza delle cose e l’obiettivo che  intendere raggiungere è lo stesso, ma penso che nessuno di noi voglia equiparare questa modalità con la prima, vero? Qui viene a mancare quell’efficacia che solo un’esperienza che “fa bene all’anima”, basata sull’utilizzo di diversi codici comunicativi può garantire: il linguaggio del contatto fisico, dello sguardo prolungato, il linguaggio verbale anche, ma soprattutto il linguaggio musicale. La melodia – attenzione –  più che il testo della ninna nanna, veicola il dolce e rassicurante suono della voce della mamma, raccoglie ed esprime a livello simbolico quello che intimamente si sta vivendo.

Ecco, venendo alle nostre liturgie, direi che molto spesso siano al livello del “Su, dormi”: si trasmettono i contenuti (se i preti si preparano, in genere si preoccupano solo dell’omelia) e si utilizza in modo pressoché esclusivo il linguaggio verbale. Una liturgia che bada alla sostanza. Avendone forse percezione dell’inadeguatezza e, più probabilmente, non conoscendo le vere potenzialità del rito, si fa ricorso ai linguaggi musicali, di conseguenza utilizzati in modo inconsapevole, estrinseco e maldestro. Viceversa, il celebrare è un’arte, come la ninna nanna. Occorre una competenza – teorica, ma anche esperienziale ed affettiva, come quella della mamma – verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parole e canto, gesti e silenzi, tempi e spazi, movimenti del corpo, luci, profumi e colori. Non solo aderenza alle norme, condizione necessaria ma non sufficiente: l’ars celebrandi non è rubricismo e ritualismo, ma comprensione della forza dei riti e capacità di innescarne il potenziale in essi nascosto. Un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzare il lato più “corporeo” e non-verbale, tra cui il linguaggio sonoro in primo luogo.

Come la melodia della ninna nanna si inscrive nella relazione mamma/bambino, la manifesta e ad essa rimanda, così musica e canto liturgico sono un tutt’uno con l’azione liturgica. Il canto stesso diventa rito, o comunque esprime, commenta, amplifica, rivela in un modo del tutto peculiare ciò che si sta facendo. Questa particolarità va ricercata nel “di più”, nel “non necessario” e più precisamente nella “gratuità” del canto: un investimento sulla forma dell’atto liturgico rispetto alla sua sostanza. Un eccedenza del modo di esprimere un contenuto, rispetto al contenuto stesso. Un differenza necessaria, poiché la liturgia non è solo scambio di contenuti, di informazioni: il linguaggio musicale, insieme a tutti gli altri codici previsti nell’azione liturgica, sono i veicoli messi a disposizione per andare “oltre”. Questo apporto è particolarmente evidente nella proclamazione cantata delle letture e nell’intonazione dell’eucologia (i testi del Messale): un modo di prendere la parola tipicamente liturgico, che sembrerebbe non aggiungere altro sul piano del contenuto, ma che in realtà immette efficacemente in un mondo “altro”, trasfigurato, quello della comunicazione Dio/popolo.

A mio avviso questa è per l’oggi una questione fondamentale del canto liturgico, alla quale i formatori devono condurre gli “animatori liturgici” e il clero, soprattutto, rifuggendo quelle diatribe anche accese che, ahimè, prendono il via dalla confusione odierna e da questioni del tutto secondarie.

Papa Francesco: il canto educa l’anima

papa pueri cantores

Papa Francesco ha incontrato nell’Aula Paolo VI i 6.000 Pueri Cantores giunti a Roma per il 40° Congresso Internazionale. Dato che un suo autorevole intervento sulla questione del canto liturgico, per quanto atteso dagli addetti ai lavori, si fa attendere, merita dunque raccogliere anche i più piccoli accenni al riguardo. Ecco un breve estratto del suo discorso:

Domanda: Che cosa pensa del nostro canto? Le piace cantare?

Papa Francesco: “Che cosa pensi del nostro canto? Ti piace cantare?”… Mi piacerebbe sentirvi cantare di più! Ho sentito soltanto un canto, spero che ne facciate altri… Mi piace sentire cantare, ma, se io cantassi, sembrerei un asino, perché non so cantare. Neppure so parlare bene, perché ho un difetto nel modo di parlare, nella fonetica… Ma mi piace tanto sentir cantare. E vi dirò un aneddoto. Da bambino – noi siamo cinque fratelli – da bambini, la mamma, il sabato, alle due del pomeriggio, ci faceva sedere davanti alla radio per ascoltare. E cosa ascoltavamo? Tutti i sabati si faceva la trasmissione di un’opera [lirica]. E la mamma ci insegnava com’era quell’opera, ci spiegava: “Senti come fa questo…”. E da bambino ho provato il piacere di sentir cantare. Ma mai ho potuto cantare. Invece, uno dei miei nonni, che era falegname, mentre lavorava cantava sempre, sempre. Il piacere di sentire cantare mi viene da bambino. Mi piace tanto la musica e il canto. E cosa penso del vostro canto? Spero di sentirne qualcun altro. D’accordo? E’ possibile?
Vi dico una cosa: il canto educa l’anima, il canto fa bene all’anima. Per esempio, quando la mamma vuol fare addormentare il bambino, non gli dice: “Uno, due, tre, quattro…”. Gli canta la ninna nanna… la canta… e gli fa bene all’anima, il bambino diventa tranquillo e si addormenta. Sant’Agostino dice una frase molto bella. Ognuno di voi deve impararla nella propria lingua. Parlando della vita cristiana, della gioia della vita cristiana, dice così: “Canta e cammina”. La vita cristiana è un cammino, ma non è un cammino triste, è un cammino gioioso. E per questo canta. Canta e cammina, non dimenticare! E così la tua anima godrà di più della gioia del Vangelo.

Pur nella semplicità di un colloquio con i Pueri, Papa Francesco ha toccato una questione fondamentale del canto liturgico: “quando la mamma vuol fare addormentare il bambino… gli canta la ninna nanna… la canta…”. La ninna nanna, non si dice: si canta. Così cantando, la mamma ha speranza – fondata sull’esperienza ripetuta, direi rituale, appunto – che si crei quel clima sereno nel quale il bambino si addormenterà; cosa improbabile se iniziasse a contare “uno, due, tre…”. Il canto, nel contesto liturgico, è come la ninna nanna. Il tema di fondo, dunque, è quello della forma rituale, tema che la teologia e la pastorale liturgica più attenta indicano da un po’ di tempo come urgente. Infatti, un conto è il celebrare validamente, fermandosi alla sostanza della liturgia. In questo caso il 90% del tutto è compiuto dal prete che, utilizzando in modo esclusivo il linguaggio verbale (il detto), riafferma concetti e trasmette contenuti; il coro inserisce qualche canto in taluni momenti della celebrazione; talvolta spuntano cartelloni e si leggono le didascalie della catechista. Tutt’altra cosa è progettare una celebrazione nella speranza che sia fruttuosa, affidandosi intelligentemente alle potenzialità rituali. Qui entrano in gioco tutti quegli aspetti, e in primis il codice sonoro, ai quali l’attenzione alla forma rituale richiama. Il canto, da questo punto di vista, non è qualcosa di estrinseco, di aggiunto perché bello o divertente, ma un elemento rituale necessario affinché un rito venga posto nella sua pienezza, e comunque intrinseco all’azione che si sta compiendo, perché sia vissuta e partecipata con frutto.

Clicca qui per leggere l’intero discorso.

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