Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

Archivio per la categoria “I canti della messa”

Cantare le parti più importanti /3

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Nei precedenti articoli ho scritto di come l’Ordinamento Generale del Messale Romano identifichi, tra le parti più importanti da destinare al canto, quelle che «devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme» (OGMR 40). Tuttavia, queste parti da cantare sono pressoché sempre destinate ad un “dire” scontato e spesso annoiato, a causa dell’ignoranza delle ragioni più profonde del canto liturgico.

Sollecitati dall’OGMR dobbiamo rispondere alla domanda: perché le parti cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea, e quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo, sono tra le più importanti da destinare al canto?

Dimensione comunitaria della liturgia
In primo luogo diciamo che proprio queste parti, qualora vengano cantate, contribuiscono fortemente ad esprimere la natura comunitaria della liturgia. In Sacrosanctum Concilium (26) leggiamo: «Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è “sacramento dell’unità”, cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano». Le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa, ma affinché ciò non rimanga solo un’affermazione di principio, questa dimensione ecclesiale del culto esige la partecipazione attiva dei fedeli tutti: i dialoghi, i saluti e le acclamazioni presenti nella celebrazione in numero assai significativo (secondo i casi la messa ne può comprendere anche 20 o 30) quando realizzati in canto, esprimono un coinvolgimento assolutamente maggiore del credente radunato in assemblea, e proprio per questo «favoriscono e realizzano la comunione tra il sacerdote e il popolo» (OGMR 34). Allo stesso modo, l’unità dell’assemblea è realizzata dal canto simultaneo del sacerdote e del popolo.

Dimensione partecipativa e ministeriale della liturgia
Un atto di comunicazione-partecipazione sta all’origine del popolo cristiano: quello compiuto da Dio in Cristo a favore dell’umanità. La Chiesa è risposta a questo dono di amore sempre attuale, sempre presente. La partecipazione attiva dei fedeli, è risposta all’iniziativa di Dio in questa logica di relazione, ed è favorita ed espressa soprattutto da quelle parti dialogate, che solo se cantate ottengono il giusto rilievo, in modo tale da «ravvivare l’azione di tutta la comunità» (OGMR 35).
L’atto con cui Dio rende partecipi gli uomini della propria vita è motivato non da un suo bisogno ma dalla necessità degli uomini: in tal modo Dio compie un servizio, un “ministero”. Il ministero liturgico, pertanto, non è anzitutto un “qualcosa da fare”, ma una traccia del mistero, della comunicazione di Dio. E’ un “essere di fronte a qualcuno”. Di fronte a Dio e di fronte agli uomini. Presupposto del ministero è la differenza tra coloro che si trovano di fronte: di qui la diversità dei ministeri. Le «parti più importanti da destinare al canto» (OGMR 40) mettono in luce, più che ogni altra parte, la ricchezza e le diversità dei ministeri.

Dimensione intersoggettiva della liturgia
La celebrazione liturgica contiene un misterioso e continuo dialogo fra Dio e il suo popolo: mediante la sua Parola, il Signore si rivela alla sua Chiesa e la rende partecipe del mistero di salvezza, e mediante i suoi canti la Chiesa confessa la propria fede al suo Signore. Quest’azione, come già detto, è comunitaria e ministeriale. Un atto di tutta la comunità che si realizza mediante diversi ministeri: il vescovo, il sacerdote e il diacono; il lettore e il salmista; i solisti e il coro. Il mistero della comunicazione fra Dio e il suo popolo è ben significato, nel canto liturgico, dalle continue chiamate e risposte. Il canto della Chiesa è come la risposta alla sua convocazione: il canto della Chiesa è innanzitutto canto di risposta.

Per concludere: “Dominus vobiscum”
Ogni parte o momento importante della messa: inizio, vangelo, preghiera eucaristica, comunione, congedo, si aprono con un dialogo tra il ministro e l’assemblea.
«Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito» è un dialogo che risale alle origini del culto cristiano. In ebraico come in latino, la formula non comporta il verbo: il tempo resta “aperto”. Siccome la traduzione in italiano necessitava di un verbo, con l’ottativo “sia” si è cercato di rendere questa apertura: «Il Signore è/sia/sarà con voi».
«Il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata» (OGMR 50). Dunque, una verità troppo importante perché sia lasciata ad un “dire” senza rilievo: occorre una parola cantata per far emergere questo mistero.
Le parole «E con il tuo spirito» sono riprese da San Paolo (1Cor 2,10) e non significano un banale “e con te”, ma che il ministro ha ricevuto, riceve e riceverà dal Signore il dono dello Spirito per la sua funzione.
Il dialogo più sviluppato e più importante della messa si trova all’inizio della preghiera eucaristica. Eccezionalmente, il dialogo si sviluppa come se, per elevare molto in alto la preghiera comune, colui che presiede avesse bisogno di più slancio. La melodia procede come tre colpi d’ala, che l’assemblea ratifica: «E’ cosa buona e giusta». Che il presidente riprende, continuando la lode: «E’ veramente cosa buona e giusta».
Il Messale propone due melodie: la prima è di nuova composizione, la seconda si rifà a melodie gregoriane.

Cantare le parti più importanti /2

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Nel precedente articolo ho scritto a proposito delle parti più importanti da destinare al canto in una celebrazione eucaristica. Il Messale descrive gesti da compiere in canto laddove una prassi più che mai diffusa si limita al “dire”. Confesso di non aver mai cantato quelle parti, spettanti al sacerdote che presiede, finora. In seminario non mi è stato insegnato, figuriamoci; non ho mai visto farlo e in quindici anni nessuno mi ha mai incoraggiato a cantarle; non conosco sacerdoti che lo facciano. Prima di scrivere questo post, ho voluto fare un veloce sondaggio utilizzando Facebook, ponendo il quesito in due gruppi che raccolgono membri (più di 2.000) interessati al canto e alla musica liturgica. Ho ottenuto quasi 160 risposte che appaiono nell’immagine qui sopra. Sinceramente non so se e quanto tale sondaggio possa essere significativo. Tuttavia emerge il fatto che quanto avviene in Asti e dintorni, è un po’ mal comune (ma senza gaudio; anzi). Salvo pochissime isole felici presenti qui e la in Italia, le parti che dovrebbero essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo (cfr. OGMR 40) sono pressoché sempre consegnate ad un “dire” che, ne abbiamo l’esperienza, è quanto mai sbiadito e  spesso sopraffatto dall’abitudine annoiata.

Sembra che si salvi il canto della Dossologia che conclude la preghiera eucaristica e del Padre nostro. Ma il risultato non cambia e si può osservare un vero e proprio capovolgimento di precedenze: le parti che il Messale indica come le più importanti, da cantare praticamente sempre, nella prassi lo sono solo ogni tanto, in certe occasioni straordinarie. In via ordinaria invece, largo ai canti da inserire nei soliti momenti (inizio, offertorio, comunione, finale). E torniamo alla conclusione: si ignorano le ragioni profonde del canto liturgico. Formazione, formazione, formazione…

Rimane ancora da indagare perché siano più “importanti” le parti che devono essere cantate dai ministri con la risposta dell’assemblea e dal sacerdote insieme al popolo.

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Cantare le parti più importanti

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Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme (OGMR 40).

L’affermazione dell’Ordinamento Generale del Messale Romano ci porta subito ad un paio di domande: tra le parti da destinare al canto, quali sono quelle di maggior importanza? E perché lo sono?

Ricercare le risposte adatte significa andare alle ragioni più autentiche del canto liturgico. La prima domanda trova una risposta implicita nell’affermazione stessa di OGMR: tra le parti più importanti, vi sono soprattutto quelle spettanti ai ministri con la risposta dell’assemblea, o quelle cantate dal sacerdote simultaneamente al popolo. Elencando le parti che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, troviamo:

– i Saluti (Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito);
– le Orazioni (Colletta; Sulle offerte; Dopo la Comunione);
– dopo la I e II lettura (Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio). Il Messale indica solo la melodia per l’acclamazione finale;
– per il Vangelo (Dal Vangelo secondo… Gloria a te, o Signore). Preceduto dal saluto;
– dopo il Vangelo (Parola del Signore. Lode a te, o Cristo);
– il dialogo al Prefazio (e il Prefazio stesso, che è un tutt’uno con il dialogo che lo precede);
– l’acclamazione (Mistero della fede. Annunciamo…);
– la dossologia (Per Cristo… Amen.);
– benedizione.

Le parti nelle quali viene indicato che il popolo canti insieme al sacerdote, sono:

– l’Alleluia o, in Quaresima, altro canto (ma non il versetto);
– la professione di fede (il canto del Credo è un’opzione possibile, alternativa alla recita);
– il Santo;
– il Padre nostro

Dunque, una grande e variegata ricchezza di gesti liturgici da compiere in forma sonora che, ne sono certo, avrà sorpreso il lettore, il quale non avrà mancato di confrontare la multiforme proposta canora del Messale, con la prassi celebrativa conosciuta nel proprio ambiente. Una generalizzata mancanza di formazione liturgica ha portato a ignorare le ragioni più profonde del canto liturgico: esso è vissuto come ornamento, abbellimento e come occasione per una mal intesa “animazione” della Messa. Una sterminata e spesso scadente produzione di canti per l’ingresso, la presentazione dei doni, la comunione, la “fine” (sic), è nel contempo effetto e causa di questo disorientamento.

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Il Prefazio

di Antonio Parisi.

L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n. 79a così scrive: «Gli elementi principali di cui consta la Preghiera eucaristica si possono distinguere come segue: a) L’azione di grazie (che si esprime particolarmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera di salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo».

Perché “cantarlo”?

Almeno durante le domeniche, le feste e le solennità, si dovrebbe sempre cantare il prefazio, per due motivi, l’uno di carattere musicale-estetico e l’altro di carattere pratico. Il canto del prefazio avviene con una tecnica particolare chiamata cantillazione, consiste nel recitare cantando su alcune note (corda di recita) il testo poetico del prefazio. Nella cantillazione viene data importanza al testo sacro o liturgico, viene prima la parola e poi la “musica”; rappresenta un modo rituale di valorizzare il testo. In pratica tra i due modelli espressivi che noi conosciamo, cioè il parlato e il cantato, la cantillazione (o anche recitativo) sta a metà strada. Tale recitar cantando solennizza la celebrazione, eleva il testo su un piano espressivo più intenso e profondo, riscatta il semplice parlato dando rispetto e onore alla parola. Avviene anche in altre religioni: per esempio il Corano viene sempre cantillato su moduli liberi, appunto per il rispetto che si deve alla parola sacra. L’altro motivo è di carattere pratico: per facilitare il canto del Santo è bene che il sacerdote canti il prefazio, con l’attenzione che la conclusione del prefazio dovrà legarsi totalmente al Santo, avendo l’accortezza di non farlo precedere da una introduzione strumentale troppo lunga, perché verrebbe a mancare il senso di continuità logica e musicale con lo stesso prefazio. Se il prefazio è declamato, allora è bene almeno intonare l’ultima parte di esso in modo da permettere l’attacco facilitato del canto del Santo (tale modo di procedere era chiamato escatocollo, cioè una formula che metteva insieme parlato e recitativo finale; un espediente per permettere, anche ai celebranti più restii, di cantare almeno l’indispensabile richiesto dal rito).

Il pensiero di un grande liturgista

Afferma molto bene J. Gelineau, grande liturgista scomparso l’8 settembre 2008 a 87 anni, che la cantillazione, i dialoghi, le risposte, le litanie, all’interno della celebrazione, rappresentano la spina dorsale del rito; è il primo e principale apporto che la musica deve dare alla verità del rito, sia per rendere il rito partecipato e sia per solennizzare la celebrazione. Una celebrazione solenne non si ha cantando una Messa di Mozart o di Perosi, ma attuando il rito in maniera vera e partecipata. Ribadisco ancora una volta che la chiesa non è una sala da concerto, che compito della celebrazione non è l’ascolto di musiche di autori famosi, che la liturgia non è un’accademia musicale, ma durante la celebrazione accade un evento, un incontro con una Presenza. Tale incontro avviene utilizzando mezzi espressivi e artistici propri dell’assemblea liturgica, naturalmente con la preoccupazione di elevare sempre più il livello, il gusto, la qualità di tali mezzi.

Istruzioni tecniche

Penso sia opportuno dare delle indicazioni tecniche per il “canto” del prefazio, che possono valere sia per l’esempio qui riprodotto e sia per tutti gli altri prefazi presenti nel messale romano. Ho scritto per esteso il prefazio di Natale, appunto perché tale intervento cantato è richiesto dalla solennità che si vive in quel giorno; sarebbe veramente deludente una recitazione sciatta e prosaica di un intervento che richiede liricità e intensità espressiva. Il prefazio è diviso in tre moduli: A – B – A; la prima e l’ultima sezione (A) sono uguali, invece la sezione intermedia (B) è musicalmente diversa. Inoltre il testo del modulo B cambia a seconda dei prefazi, invece i due moduli A hanno un testo sempre uguale in tutti i prefazi, eccettuata qualche breve differenza.

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L’esempio che riproduco ha la tonalità di mi bemolle maggiore, invece sul messale si trova la tonalità di fa maggiore; ho ritenuto opportuno abbassare di un tono la musica in modo da permettere a tutti i sacerdoti una cantillazione comoda e funzionale, anche per chi dice di «non saper cantare»; altro tema questo che affronterò prossimamente. L’attacco è su una corda di recita di sol, graficamente si presenta come una nota bianca e sotto di essa viene scritto il testo; il testo è diviso in quattro versi liberi, ogni verso ha una cadenza intermedia (indicata con note nere senza gambo) e l’ultimo verso, il quarto, ha una cadenza finale. Sul messale la cadenza intermedia è indicata con un asterisco (*), invece la cadenza finale ha due asterischi (**). La parte centrale (B) ha un modulo musicale diverso, di tre versi, anch’essi indicati con i vari asterischi. Per una buona cantillazione si richiede una buona recitazione e pronuncia del testo, un respiro alle virgole e ai punto e virgola, invece dopo il punto una pausa comoda. Naturalmente sarebbe un controsenso cantare il prefazio e non cantare il dialogo iniziale; dialogo iniziale che è sempre uguale, perciò imparato una volta si ripete sempre identico. Un’ultima osservazione: il prefazio va cantillato a voce scoperta, senza accompagnamento strumentale dell’organo; però uno strumento può sostenere la voce, specialmente di qualche sacerdote che si sente poco sicuro e con poca esperienza musicale. Per chi avesse a portata di mano una arpista, cosa quasi impossibile, io ritengo che tale strumento potrebbe accompagnare meglio dell’organo la voce del celebrante.

Per concludere

Ho pubblicato con anticipo (novembre) questo sussidio, in modo che gli animatori si premurino di insegnare, con delle prove, ai propri sacerdoti tale intervento cantato. Concludo ricordando un episodio che riguarda monsignor Mariano Magrassi, quando era arcivescovo di Bari: più di una volta mi chiamava in episcopio prima di una celebrazione importante e ripeteva con me le parti cantate sue proprie. Anche per l’attuale arcivescovo ho scritto per intero il prefazio del Giovedì santo per la messa della benedizione degli olii, in modo che lo possa cantare senza alcuna difficoltà.

(tratto da Vita pastorale)

Un canto allo scambio della pace?

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Sono stato recentemente sollecitato a proposito del canto durante lo scambio della pace nella celebrazione eucaristica. So per certo che in diverse parti è invalsa l’abitudine ad inserire questo canto; neppure mancano, al riguardo, le proposte di repertorio che – non a caso – sono in buona parte costituite da composizioni appartenenti al genere ritmato. D’altra parte, non solo il Messale Romano non prevede interventi musicali durante questo rito, ma l’Istruzione Redemptionis sacramentum del 2004, afferma esplicitamente: «non si esegua nessun canto al segno della pace» (n. 72). Tuttavia, il divieto non ci spiega il perché di questa norma: che cosa si intende in questo modo tutelare? Chi volesse tentare di dirimere i propri dubbi, dovrà avere la pazienza di seguirmi nell’analisi del rito.

La storia ci insegna che il rito della pace non ha sempre avuto l’ordinamento e il significato odierno. Molte sarebbero le distinzioni da fare, in proposito, ma non voglio dilungarmi su questa strada, perché una trattazione seria richiederebbe troppo tempo e spazio. Ci basti sapere, in estrema sintesi, che vi sono state oscillazioni nel mettere in primo piano le due dimensioni della pace: la dimensione orizzontale, cioè la riconciliazione fra i membri, l’amore, la fraternità; oppure quella verticale, cioè la pace che discende da Cristo. Oggi, il rito della pace si trova collocato dopo la sequenza Pater/embolismo/acclamazione e la sua struttura è articolata in quattro elementi: orazione, augurio, invito, gesto.

1) Orazione.
Leggiamo il testo: «Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà». L’orazione è piuttosto tardiva, essendo attestata la prima volta agli inizi del sec. XI, ma è fondamentale  in quanto strettamente collegata a ciò che segue, e illuminante circa il senso di tutto il rito. E’ bene fin da subito notare le parole nelle quali si richiama la promessa della pace da parte di Cristo (Gv 14,27), che poi viene domandata per la Chiesa.

2) Augurio.
E’ come quello fatto da Cristo (Gv 20, 19.21): «La pace del Signore sia sempre con voi».

3) Invito.
Si riferisce ad un atto da compiere subito.

4) Gesto.
Scambio vicendevole di un segno di pace. Tradizionalmente era il bacio e l’abbraccio; oggi viene lasciato alla Conferenze episcopali dei singoli paesi stabilire il gesto più consono all’indole e alle usanze della popolazione.

Nell’ordinamento attuale viene messo in luce il fatto che la pace viene da Cristo per diffondersi in ciascuna delle sue membra. Gesù è la vera nostra pace (Ef 2,14). Egli ha donato la pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27): questo testo è riportato nell’orazione. La pace è un dono dello Spirito Santo che scende da Dio, e non vi può essere pace cristiana che non abbia origine dalla Trinità. Di qui la natura e il valore del gesto liturgico: gesto che è anche un impegno, certo, ma che va compreso nel suo linguaggio simbolico. Il compito di portare al prossimo il «dono della pace», simboleggiato dal gesto liturgico, non si esaurisce affatto nella liturgia, ma va vissuto nella nostra vita quotidiana. Solo in questo modo possiamo fare esperienza delle due dimensioni della pace: quella verticale (accolta nella liturgia) e quella orizzontale (portata nel quotidiano).

A questo punto, dunque, si può forse comprendere la richiesta che lo scambio della pace sia un gesto compiuto nella sua sobrietà, senza enfasi, evitando confusione. L’uso invalso in qualche luogo che il celebrante lasci l’altare e vada a dare la mano ai fedeli nell’aula della chiesa è senza fondamento. Prolungare la durata dello scambio della pace e accompagnare questo gesto con un canto, può risultare simpatico e può contribuire a far emergere il rapporto personale umano di amicizia tra i partecipanti, ma mortifica la dimensione simbolica e lo slancio di un gesto che non è fatto per esaurirsi nell’azione liturgica, nel recinto stretto dell’ovile, ma attuato nella vita.

Il Salmo responsoriale

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Il salmo responsoriale di norma si proclami in canto. Vi sono due modi per cantare il salmo dopo la prima lettura: il modo responsoriale e il modo diretto. Nel modo responsoriale che, per quanto possibile, è da preferirsi, il salmista o cantore del salmo proclama i versetti, e tutta l’assemblea partecipa con il ritornello. Nel modo diretto, il salmo, senza ritornello da parte dell’assemblea, è cantato dal solo salmista o cantore del salmo, o da tutti insieme.

Il canto del salmo o anche del solo ritornello è un mezzo assai efficace per approfondire il senso spirituale del salmo stesso e favorirne la meditazione. In ogni singola cultura si devono usare tutti quei mezzi che possano incoraggiare il canto dell’assemblea, ivi compreso, in modo particolare l’uso delle facoltà previste a questo scopo nell’Ordinamento delle letture della Messa circa i ritornelli da usare nei vari tempi liturgici.

Per il canto o la recita del salmo responsoriale il salmista o il cantore stanno all’ambone

Così si esprime l’Ordinamento generale del Lezionario Romano ai nn. 20-22. Invito di cuore i direttori di coro a considerare di poter dedicare del tempo per insegnare a cantare questo brano della Sacra Scrittura. I salmi hanno la loro origine dal canto di autori ispirati dallo Spirito. Il salmo responsoriale è un canto. Quando non lo cantiamo, ci priviamo di una cosa bella. Pensiamo, ad esempio, alla festa di un amico: possiamo anche solo ipotizzare di augurargli buon compleanno recitando anziché cantando “Tanti auguri a te”? Assurdo, perché toglieremmo alle parole l’euforia tipica di quei momenti. Qui la forma è sostanza.  Ciò è vero anche per il Salmo responsoriale, e per tutti gli altri canti della Messa: se alle parole non uniamo la musica, togliamo loro il senso della gioia o della supplica, del ringraziamento o dell’invocazione, ecc… a favore di un appiattimento generale sui contenuti, che diventeranno poco o nulla espressivi. Dunque la musica non è un “di più” non importante.

Mi permetto di suggerire, a questo punto, un paio di sussidi che possono essere di aiuto: Diocesi di Trento e Treviso (a cura di), I salmi responsoriali domenicali e festivi, Elledici, 2009; e V. Tassani, I Salmi Responsoriali, EDB, 2010. Entrambi contengono gli spartiti con le parti del canto (ritornello e strofe) e dell’organo.

Inoltre, i vescovi italiani, per facilitare almeno il canto del ritornello da parte di tutta l’assemblea, hanno scelto dei testi comuni che si possono utilizzare al posto di quelli riportati nel Lezionario, e si trovano nel libro Nella casa del Padre.

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