Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Emozione e canto liturgico

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La tonalità emozionale del canto liturgico è la risultanza dell’intreccio con altri fattori determinanti. In particolare: l’assemblea e il rito. Quando si parla del canto liturgico occorre sempre ancorarlo ad un contesto celebrativo, che prevede anzitutto una assemblea concreta come soggetto (attivo e passivo) dell’esperienza sonora. Il soggetto assembleare è in realtà dato dalla compresenza e dall’interazione di più persone, ciascuna con competenze e compiti particolari; ciascuna concorre per sé e per gli altri a costruire l’ambiente sonoro con le sue qualità emotive. Ma il contesto celebrativo è determinato necessariamente dal modo proprio di agire dell’assemblea, ossia dall’agire rituale. Il rito ha una forma prestabilita, richiede determinate azioni, induce precisi atteggiamenti; ma nello stesso tempo è esposto a “farsi carico” del vissuto delle persone, fino a “essere caricato” (o “sovraccaricato”) di attese differenti, talora anche estranee alla logica del rito stesso. L’approccio alla musica liturgica (anche in riferimento alla dimensione emozionale implicata) non può essere solo “musicale”.

La natura del canto rituale si comprende adeguatamente se esso viene considerato in stretta connessione con il contesto rituale. Non si tratta di un canto religioso eseguito dentro la cornice di una celebrazione, né di un canto che diventa un rito a se stante accanto (o sovrapposto) ai riti della liturgia. Il rapporto del canto con il contesto rituale è tale per cui il rito determina la fisionomia e le funzioni del canto e questi concorre alla realizzazione dell’esperienza rituale.

Il gesto rituale della comunità ha un referente cui tende (il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo), è un atto di fede (un atto che realizza la nostra fede in Lui). Ciò significa che non è sufficiente far ricorso a canti che emozionano (per la loro bellezza, qualità artistica, ovvero per la loro capacità evocativa…), occorre infatti poter vivere l’emozione canora con l’intenzionalità dell’atto di fede e fare in modo che l’emozione concorra al costituirsi o rafforzarsi di tale intenzionalità in atto. A tal fine, un elemento importate del canto liturgico è il suo testo.

La complessa multimedialità del rito richiede particolare cura; essa tocca tutta la sensorialità dei celebranti, può far vibrare tutte le corde del sentire. Per una buona ars celebrandi, è di grande importanza la “concertazione” dei linguaggi. Occorre far sì che ciascuno di essi sia adeguato al compito che gli spetta, in armonia con l’insieme dell’azione liturgica, e sia esteticamente all’altezza degli altri linguaggi impiegati, per evitare un stridore che nuoce alla qualità della performance rituale complessiva.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

 

Qualche spunto

musicam sacram

Il prossimo anno ricorrerà il 50° anno dalla pubblicazione di Musicam Sacram (5 marzo 1967), Istruzione del “Consilium” e della Congregazione dei Riti, inerente l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II in materia di musica sacra. Un documento che risente del periodo nel quale fu redatto e dei problemi che allora dovette affrontare: si trattava di mettere a punto le modalità partecipative dei fedeli, e nello stesso tempo sostenere l’istanza conciliare rispetto a posizioni talvolta intransigenti. D’altro canto MS è il documento post-conciliare in ambito liturgico-musicale tutt’ora più completo, che non manca di essere portatore di sollecitazioni ancora oggi attuali. Ad esso non ne sono seguiti altri dello stesso tenore. Chissà se il 2017 ci riserverà qualche novità da questo punto di vista? Intanto ripassiamo qualche indicazione liberamente tratta da MS 4-11:

Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e bontà di forme. Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso.

L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo. In questa forma di celebrazione, infatti, la preghiera acquista un’espressione più gioiosa, il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci, gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre, e tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste.

Nello scegliere le parti da cantarsi si cominci da quelle che per loro natura sono di maggiore importanza: prima di tutto quelle spettanti al sacerdote e ai ministri, cui deve rispondere il popolo, o che devono essere cantate dal sacerdote insieme con il popolo; si aggiungano poi gradualmente quelle che sono proprie dei soli fedeli o della sola «schola cantorum».

Ogni volta che, per una celebrazione liturgica in canto, si può fare una scelta di persone, è bene dar la preferenza a coloro che sono più capaci nel canto; e ciò soprattutto quando si tratta di azioni liturgiche più solenni, di celebrazioni che comportano un canto più difficile o che vengono trasmesse per radio o per televisione.

Nello scegliere il genere di musica sacra, sia per la «schola cantorum» che per i fedeli, si tenga conto delle possibilità di coloro che devono cantare. La Chiesa non esclude dalle azioni liturgiche nessun genere di musica sacra, purché corrisponda allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole parti, e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli.

Si tenga presente che la vera solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la loro natura. La forma più ricca del canto e l’apparato più fastoso delle cerimonie sono sì qualche volta desiderabili, quando cioè vi sia la possibilità di fare ciò nel modo dovuto; sarebbero tuttavia contrari alla vera solennità dell’azione liturgica, se portassero ad ometterne qualche elemento, a mutarla o a compierla in modo indebito.

Ascoltare – Cantare – Celebrare

cantare celebrare

Propongo alla vostra attenzione un testo di Universa Laus, il cosiddetto “Documento II”, pubblicato nel 2002, dal titolo: La musica nelle liturgie cristiane. Nella declinazione dei tre verbi – ascoltare, cantare, celebrare – viene messo in luce l’aspetto comunitario, interpersonale e ministeriale della liturgia, offrendo non pochi spunti di riflessione.

Universa Laus è un’associazione internazionale che si occupa dello studio del canto e della musica per la liturgia; ufficialmente è nata in Svizzera nell’aprile 1966, ma le radici di questo gruppo si trovano in un nucleo fondatore di liturgisti e musicologi che si era riunito per la prima volta nel 1962 (anche se alcuni di loro lavoravano insieme già da un decennio). L’oggetto iniziale del loro studio fu costituito dal sostegno fornito a coloro che erano incaricati di presentare e poi di attuare le riforme del Concilio Vaticano II (qui il sito di Universa Laus – Area italiana).

Di seguito il testo (scarica il pdf):

UNIVERSA LAUS – Documento II
La musica nelle liturgie cristiane

Dio crea parlando. Ogni persona è chiamata a unirsi a quest’opera creatrice. Il Verbo suscita un popolo che parla e rimane in ascolto. Ogni cristiano è invitato a rendersi disponibile e vigilante per rispondere a Dio personalmente.

1. Ascoltare
1.1 L’ascolto impegna la totalità del corpo individuale. L’atteggiamento di ascolto per cui “tendiamo l’orecchio” mette in stato di vigilanza tutti i nostri sensi, così che il corpo si fa tutto udito. L’orecchio governa il corpo che ascolta. L’essere umano esiste perché tutto in lui è interpellato dall’ascolto.
1.2 Ascoltando la parola degli altri, colui che ne era incapace (in-fans) impara a parlare, fa propria l’immagine del suo corpo che ascolta e che parla: diventa se stesso e si rende presente al mondo. Il nostro modo di essere e la qualità del nostro ascolto dipendono da come noi stessi siamo stati accolti e ascoltati.
1.3 Il nostro ascolto è capace di offrire ospitalità all’altro così come egli è. Possiamo essere attenti, in ciò che egli esprime, a quello che dice, ai suoi silenzi, alla sua relazione con Dio, al rumore del mondo in lui e attorno a lui. L’ascolto ci armonizza con l’altro e, insieme a lui, con l’inaudito, che dalla sua parola e dal suo silenzio viene rivelato.
1.4 Non c’è liturgia senza ascolto comunitario della Parola di Dio né senza ciò che essa genera, cioè il reciproco ascolto tra i membri dell’assemblea. Il mettersi insieme in ascolto della Parola di Dio è la sorgente di ogni ascolto reciproco.
1.5 Ascoltare è la prima forma di partecipazione. Partecipare consapevolmente, attivamente e intensamente all’azione liturgica è qualcosa che va oltre la semplice esecuzione dei riti prescritti. Ascoltando, siamo mossi a rispondere con la preghiera, il canto e i gesti, così da aver parte con gli altri al mistero di Cristo.
1.6 Per ascoltare, diciamo che “facciamo silenzio” ma, in realtà, il silenzio è rivelato dal nostro ascolto. Il silenzio non è definito dall’assenza di rumore. Possiamo percepirlo quando il nostro corpo rimane quieto e disponibile, in atteggiamento di ascolto vigilante.
1.7 Il silenzio interiore è l’origine e la condizione della parola e del canto. Parola e canto sono intimamente legati al silenzio. Essi prendono valore dal silenzio da cui nascono, dal silenzio che li anima, e dal silenzio al quale tendono e nel quale hanno il loro compimento.
1.8 Il silenzio è l’atteggiamento della mente e del cuore di chi abbandona ogni chiacchiera inutile per volgersi verso il Verbo. Il silenzio interiore è la qualità fondamentale di tutti i gesti liturgici. In questo senso, non possiamo in realtà fare altro che modulare il silenzio, parlando, cantando, suonando, camminando, prostrandoci, ecc.
1.9 Nell’assemblea celebrante, i ministri, servi della Parola, devono avere un orecchio da discepoli, un “orecchio liturgico”. Se divengono “ascoltanti”, essi, mediante la parola, creano il canto, il gesto, la postura del corpo o il silenzio: condizioni necessarie perché l’orecchio dell’assemblea si apra e il suo ascoltare sia un tendere l’orecchio.
Scritture, di offrire ad essa il proprio corpo, perché l’assemblea possa a sua volta udirla, ascoltarla e lasciare che s’incarni in lei. Da parte sua, il ministro del canto ha il compito di essere in ascolto dell’assemblea per risvegliare in essa la voce che le è propria e per liberarne il canto.
1.11 Col tempo, le difficoltà della vita possono renderci sordi. La liturgia ha il potere di educarci e rieducarci incessantemente all’ascolto, alla parola e al canto.

2. Cantare nella liturgia
2.1 Il gesto vocale è un traguardo nell’evoluzione del linguaggio umano: la posizione eretta ha reso possibile la risonanza della colonna vertebrale e di tutto il corpo; le labbra, la lingua e le mascelle, legate in origine alle funzioni di presa, sono divenute disponibili per il linguaggio articolato; il gesto corporeo primario si è trasformato in grido, poi in canto e in parola. In questo lento processo di umanizzazione, l’essere umano si identifica progressivamente con il logos che lo attraversa; diventa capace di donare se stesso per mezzo della parola e del canto.
2.2 L’atto di cantare mette in gioco tutta la persona. Richiede corpo disponibile, intelligenza e memoria vigilanti. Passando dalla parola al canto, la voce tende ad arricchirsi: si presenta più limpida, più sonora, più “elevata”, non più forte però. La voce cantata illumina la parola e l’intero essere.
2.3 Il canto unifica la persona e crea unità nell’assemblea. Il canto favorisce un atteggiamento di ascolto, compassione, gioia, serenità… Chi ascolta e canta con tutto il proprio corpo viene risvegliato, come soggetto, nel suo sentire e agire. Il canto tende a unificare anche i gruppi umani. Il canto comunitario, animato dallo Spirito, chiama all’unanimità tutti coloro che sono salvati da Cristo, perché lodino con un cuore solo e un’anima sola, formando così un’assemblea santa, corpo di un medesimo ascolto.
2.4 La pratica cristiana è essenzialmente comunitaria: si tratta di cantare insieme, cosa che presuppone un ascolto reciproco esigente. Non ascoltiamo allo stesso modo, quando ascoltiamo insieme. La voce riproduce soltanto ciò che l’orecchio sente; se perciò interiorizziamo la voce degli altri, interiorizziamo anche ciò che gli altri ascoltano. Questa armonizzazione aiuta ciascuno a non ripiegarsi su se stesso, fa passare attraverso la prova del crogiuolo comunitario e dischiude l’ascolto individuale. Le nostre voci possono allora unirsi per formare un’unica risposta, suscitata dal medesimo Spirito.
2.5 L’ascolto reciproco nel canto genera una nuova qualità di relazione fra le persone. Mentre ci rende attenti alla presenza vocale dei membri dell’assemblea, sollecita anche la nostra attenzione nei confronti della presenza quotidiana e concreta dei fratelli e delle sorelle. Il gesto vocale del canto comunitario impegna al gesto etico del servizio.
2.6 Per sua natura, il canto richiede a colui che canta di dare del suo. Per la sua natura ministeriale, il canto liturgico conduce gradualmente il cantore a offrire se stesso in sacrificio di lode nello Spirito, per mezzo di Cristo: il canto liturgico ha perciò funzione educativa, e di introduzione al mistero. Il canto nuovo è quello dell’uomo nuovo che mette in pratica la Parola: egli non canta soltanto con la voce, ma con la propria vita. Così il cantore diviene lode gradita a Dio.
2.7 Non vi sono, in liturgia, canti o musiche che siano sacri in se stessi. Nel culto cristiano, non la musica è sacra, ma la viva voce dei battezzati che cantano in Cristo e uniti a lui.
2.8 In liturgia, la bellezza di un canto o di una musica non esiste indipendentemente dalla celebrazione, dal luogo, dal rito e dall’assemblea che li accolgono. Il canto e la musica possono certamente manifestare ed esaltare la verità di ciò che l’assemblea sta vivendo. Ma ciò che importa è l’atteggiamento di ascolto e di canto di un’assemblea, disponibilità che le conferisce bellezza e che la apre alla bellezza ulteriore.
2.9 Il canto dell’assemblea è intimamente segnato da una gioia nuova, ma porta le tracce dei limiti dell’ascolto individuale e comunitario. Siamo messi alla prova dalla percezione di questi limiti, ma in realtà è una sofferenza di tipo diverso: deriva dal fatto che non siamo ancora completamente rinnovati dal “canto nuovo” che intoniamo e dalla “novità” di Colui che cantiamo.
2.10 Il canto dell’assemblea è sempre possibile, ma è sempre in ricerca della propria pienezza. Il canto è in tal modo testimonianza della Promessa: proclama che il Regno è già presente. Ed è al tempo stesso segno profetico: annuncia che il Regno deve ancora venire. Nella presenza e nell’attesa del Regno, i nostri canti non aggiungono nulla a ciò che Dio è, ma ci avvicinano a Lui.
2.11 Canti, inni, ritornelli e acclamazioni, utilizzati nelle liturgie cristiane, formano un corpus specifico. Essi hanno grande pregnanza in noi perché il canto, che unisce una musica e un testo, fa sì che essi entrino nella memoria. Come le orazioni, i prefazi e le altre parole della liturgia, sono un importante luogo di mediazione tra la Parola e le nostre parole umane.
2.12 Il corpo di colui che canta è il luogo sacro in cui egli sta alla presenza di Dio. Nella liturgia cristiana, il canto dell’assemblea ha bisogno del corpo di ciascuno, donato e unito a tutti, per formare un solo corpo. I credenti, resi capaci di fare corpo mediante il loro canto, uniti per mezzo dello Spirito per essere Corpo di Cristo, partecipano al mistero dell’Incarnazione e manifestano la gloria di Dio.

3. Celebrare con un cuore solo e una sola voce
3.1 Nella celebrazione liturgica, musica e canto permettono a tutti di radunarsi, di accogliersi nelle somiglianze e nelle differenze, di fare corpo senza escludere nessuno, di congiungersi all’azione di grazie dell’ekklesìa in preghiera. Per far sgorgare il canto profondo di tutti e di ciascuno, la musica liturgica deve toccare nell’intimo tutti coloro che vi partecipano, accordandosi ai loro ritmi vitali. Il corpo pacificato conduce al cuore pacificato, l’unità dell’essere all’unione delle persone. Nella stessa dinamica, in comunione fra loro attraverso l’ascolto e il canto, i membri dell’assemblea sono chiamati a uscire da se stessi per andare incontro agli altri.
3.2 Nell’azione liturgica, musica e canto hanno una funzione ospitale: aprire all’ascolto, creare uno spazio di identità mistica in cui gli esseri partecipano di ciò che è il loro fondamento. Preparano il gruppo e i singoli a formare un solo popolo. Musica e canti consentono a ciascuno di abitare nella casa del Signore e di unirsi alla grande lode che vi risuona.
3.3 Perché anche il più piccolo vi trovi il suo posto, la musica liturgica non dev’essere inaccessibile. Perché ciascuno possa essere guidato lungo un cammino di liberazione, essa non deve rimanere chiusa entro luoghi comuni. Come pellegrini che abitano in terra straniera, i fedeli radunati elevano un canto nuovo, che appare allora, al tempo stesso, conosciuto e inaudito.
3.4 Nell’umiltà del servizio, il canto rivela alla comunità ecclesiale che essa ha un ruolo profetico. Il canto comunitario manifesta a tutti che ciascuno riceve sempre e di nuovo se stesso dall’altro e arricchisce l’altro del proprio bene. Ricorda in tal modo che la comunità deve battersi contro il rifiuto della condivisione, lo smarrimento delle differenze, l’asservimento dei più deboli.
3.5 Lasciarsi pacificare, unire, liberare, accogliere e convertire: questo significa celebrare con la propria voce e con gli strumenti. Se tale è il canto nella liturgia cristiana, il ministero musicale nella Chiesa ha in sé qualcosa di temibile. Compositori, cantori, strumentisti non possono dedicarvisi con verità se non aiutando l’assemblea a divenire soggetto della celebrazione formando un solo corpo, e rimanendo con essa in ascolto di ciò che dice lo Spirito.
3.6 In liturgia, musica e canto hanno il compito di favorire, accompagnare ed esprimere il passaggio dalla morte alla vita, che è il frutto di ogni azione sacramentale. Senza violenza, musica e canto possono distogliere il discepolo dalla contemplazione di se stesso e aprirgli gli orizzonti più ampi della promessa evangelica. Senza tuttavia che nessuno – né presidente, né cantore, né ministro alcuno – possa considerarsi padrone del momento in cui si compie, in ciascun membro dell’assemblea, lo spogliamento di se stesso, e tanto meno il passaggio pasquale o l’adozione filiale.

Sequeri: musica per l’incanto della liturgia

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Di Pierangelo Sequeri, noto teologo milanese che da tempo si dedica ad esaminare i rapporti tra teologia, liturgia e musica, riporto un ampio stralcio di un suo articolo apparso recentemente su Avvenire. Mi sembrano indicazioni lucide e di buon senso. Sarebbe bene prenderne atto e con lungimiranza tirare le debite conseguenze.

L’equivoco fondamentale è stato quello di trattare la nuova ricerca di “canto popolare”, adatto alle celebrazioni parrocchiali normali, che è sempre esistito, come sostitutivo della “musica sacra”: sia del “gregoriano”, sia del canto polifonico. L’ingenuità della pretesa di sostituzione e la pigrizia della reazione di conservazione, hanno prodotto “teoremi” di cattiva qualità che hanno ingombrato il campo e condotto a una paralisi di sterilità. Lo stallo ha però prodotto, alla fine, anche una duplice consapevolezza che può diventare un buon inizio. La prima è che la musica per la liturgia deve essere regolata sui parametri della liturgia. La seconda consapevolezza è che la fase storica della nascita e della creazione della tradizione rituale è finita insieme con la cultura che fondava semplicemente sulla ripetizione delle origini la forza e la vitalità delle istituzioni. Sul canto e la musica nella liturgia riformata c’è stata una riflessione teologica specifica. Le ricadute però non sono state all’altezza del pensiero, perché la competenza e la pratica musicale si sono sottratte al compito, o ne sono state scoraggiate: sia da parte ecclesiastica che artistica.

Purtroppo, i musicisti e gli ecclesiastici si lamentano moltissimo e fanno pochissimo. I giovani migliori, in entrambi i campi, di conseguenza stanno alla larga. Il nostro problema attuale è la disaffezione: i repertori si formano per via di affinità ideologiche più che di sapienza liturgica. Lo stallo dell’affezione e le opposte incompetenze che si fronteggiano potrebbero essere disinnescati dalla riabilitazione di una “corporazione” o “confraternita” dei musicisti di chiesa, che dopo il Concilio sono stati abbandonati a loro stessi oppure sono caduti in ostaggio di opposti caporalati ideologici. Un’istituzione diocesana, con opportuno e severo percorso formativo, in dialogo permanente col Vescovo e con le istituzioni della cultura musicale. A chi, infine, mi chiede quali caratteristiche deve (o dovrebbe) avere, e cosa deve cercare una musica scritta per una liturgia “contemporanea” rispondo che questa è una domanda semplice.

È una musica che non chiunque, e in qualunque modo, potrebbe improvvisare, cantare e suonare. Un servizio ecclesiale molto specifico, pieno di sacrificio di passione, di creazione e di responsabilità. Tutti potrebbero ascoltarla con commozione. Partecipare con brevi e opportuni interventi di conferma e di risonanza. Ma non potrebbero cantarla e suonarla. Sarebbe un incanto abilmente sottratto alla platealità tonale delle musiche che si cantano da sole. Scaverebbe nella fonetica e nella semantica letteraria della lingua materna (non sarebbe una musica nata col latino, adattata orribilmente a un mediocre italiano devozionale). Pochi si metterebbero di nuovo al servizio di molti: così affinata foneticamente, così aderente alla parola, così intensa nella sua capacità di far vibrare l’aula come incenso, che i cantori avrebbero un ruolo e un impegno speciale: come quello del prete, del diacono, del lettore, del predicatore.

Fu così il gregoriano dei monaci, fu così la polifonia sacra dei cantori. Qua e là, poi, un bel Tota pulchra e un Noi vogliam Dio per tutti, nella forma del canto popolare adatto alla contemporaneità dell’espressione media, ci starà benissimo. E non farà perdere alla liturgia il suo incanto. Anzi.

Leggi l’intero articolo su Avvenire

Musica non necessaria

mus

Il canto e la musica nella liturgia appartengono al “non necessario”. Con questa espressione non si intende indicare la necessità che può derivare dalla normativa rubricale, o che viene richiesta dalla solennità, o addirittura che è legata alla natura dell’atto liturgico. Più precisamente, si vuole mettere in risalto la “gratuità” della forma musicale. Si potrebbe dire,  paradossalmente, che al canto appartiene la necessità del gratuito. Canto e musica esprimono un “investimento sulla forma” dell’atto liturgico che (al di là dall’essere prescritto) sposta subito l’azione su un altro piano, quello del gratuito.

Un caso particolarmente evidente di questo apporto arrecato dalla musica si ha nella proclamazione cantata delle letture o nell’intonazione dell’eucologia. Qui infatti, a uno sguardo superficiale potrebbe sembrare che la cantillazione non aggiunga nulla al testo, sul piano del contenuto. In realtà, dal momento che la proclamazione del testo non si esaurisce affatto sul piano del contenuto, ma è ordinata a realizzare un atto di relazione tra Dio e l’assemblea, la cantillazione contribuisce a dare forma sacramentale a tale relazione, incidendo in ultima analisi proprio sul contenuto dell’atto stesso (in senso relazionale, implicante il coinvolgimento del soggetto). Questa modalità di “presa di parola”, che è tipica del contesto rituale, immette nella dimensione simbolica della liturgia e libera le potenzialità del “dire” liturgico: “La proclamazione cantata di un testo sposta quel testo e la sua enunciazione in una zona ambigua, metaforica. La funzione meramente assertiva è turbata emotivamente. E’ solo al di là di questa soglia che il discorso musicale dispiega le proprie risorse”.

Fonte: L. GIRARDI, La liminalità della musica, in La liminalità del rito, a cura di G. BONACCORSO, Edizioni Messaggero Padova – Abbazia di Santa Giustina, Padova, 2014.

Del canto liturgico

canto

Quando si parla del canto liturgico, sono assai ricorrenti le discussioni cristallizzate su posizioni diametralmente opposte, che raramente colgono nel segno. Il più delle volte tali diatribe si risolvono con: “La liturgia dice questo, ma le norme non sono così importanti” e via dicendo, a cui l’interlocutore risponde con rigidi riferimenti ai libri liturgici, con tanto di citazioni. Non è superfluo auspicare, allora, che nell’approccio a tali questioni vi sia onestà intellettuale e onestà di intenzioni. Fraintendimenti, confusione, e prassi celebrative eccessivamente difformi, sono generate anche dal fatto che troppo poco, quando si tratta di canto liturgico, si argomenta mettendo veramente a fuoco la questione e troppo spesso ci si ferma su questioni sicuramente attinenti, ma non centrali. Nell’attuale crisi della musica liturgica – e quindi del canto – è quanto mai urgente che si riporti ogni discussione su ciò che è veramente fondamentale, ossia la ragion d’essere del canto liturgico.

Per condurre il nostro pensiero su questa strada, la prima grande consapevolezza da acquisire riguarda il senso rituale della celebrazione liturgica. La natura rituale dell’azione liturgica è il grande orizzonte, nonché il presupposto, entro il quale si deve muovere ogni discussione sul canto liturgico. In estrema sintesi, si potrebbe dire che “il cantare” dovrà sempre avere la sua origine dentro a tale azione e non fuori: nella celebrazione liturgica, infatti, vi sono in primo luogo dei riti da cantare o dei canti che sono essi stessi dei riti. In questo senso, la celebrazione è da considerarsi come una serie di azioni che, per essere poste in pienezza, necessitano del canto. Non c’è altro vero motivo che ne giustifichi la presenza. Diversamente, per motivi anche opposti, si tratterà il canto come un “di più”, inesorabilmente superfluo: elemento atto a solennizzare la celebrazione o, per altro verso, elemento atto a ricreare i partecipanti. Tali prospettive generano tutte le ambiguità che conosciamo.

Tenendo ferma la celebrazione in quanto azione rituale come nostro orizzonte, possiamo cogliere l’effetto più proprio del canto liturgico, che è quello di imprimere alle parole (e alle azioni) la forza di ciò che significano. Le conseguenze di questa affermazione conducono molto al di là di un certo modo di celebrare, attestato sul minimo necessario. Qui è in gioco, invece, quell’efficacia pastorale della celebrazione in vista di una partecipazione fruttuosa, la quale viene potentemente favorita dal connubio musica/parola, il canto appunto. Poiché senza il canto, la gran parte dei testi liturgici non esprimono quanto significano. Senza il canto, alcuni riti non si danno proprio, poiché lo richiedono per essere se stessi. Privata della sua musica e del suo canto, gran parte dell’azione liturgica è condannata all’inespressività. E qui ritorniamo al punto cruciale: allorché il direttore del coro o l’animatore liturgico ha l’impressione di questa piattezza, si adopera aggiungendo qualche canto (solenne o ricreativo, secondo i gusti); sarebbe invece corretto domandarsi come fare per dare alla liturgia il suo canto.

Queste brevissime e incomplete considerazioni circa il senso rituale della liturgia, ci hanno portato ad intuire il senso rituale del canto liturgico, cogliendo l’enorme potenziale del suo apporto, incredibilmente troppe volte sciupato e ancora mal impiegato. Seguendo questa strada, bisognerebbe allora chiedersi “perché” la musica riesce ad imprimere tale forza alle parole, e a quali condizioni. Magari in un’altra occasione.

Alleluia?!

alleluia lampadine

Nell’affrontare questioni liturgico-musicali mi sono sempre promesso di motivare le mie affermazioni: cercherò di farlo anche in questo articolo, nel quale tratterò – per scoraggiarne l’utilizzo, dico subito –  del canto Alleluia. La nostra festa, detto “delle lampadine”, a motivo del simpatico gesto che l’accompagna. Testo e adattamento di Stefano Varnavà su musica di autore ignoto, in La nostra festa. Canti di festa per la preghiera comunitaria dei ragazzi, pubblicato da Rugginenti nel 1983.

Non entro nel merito di ciò che attiene specificamente all’aspetto musicale anche se è evidente che la composizione non ha molte pretese. Se venisse considerata una canzonetta per bimbi, buona per iniziare un loro momento di aggregazione, non le si farebbe certamente un torto. Comunque già il sottotitolo della raccolta è significativo: si deduce che i canti sono dedicati alla “preghiera comunitaria”  – che è cosa diversa dalla celebrazione liturgica – “dei ragazzi”, cioè occasioni nelle quali costoro siano presenti in modo esclusivo, o quasi. Ho interpretato male la volontà del compositore? Non credo. Anzi, ritengo, piuttosto, che non rispettino la volontà dell’autore coloro che – in buona fede, per carità – utilizzano questo brano a Messa come Canto al Vangelo, per di più in celebrazioni con variegata partecipazione di popolo. Ma non solo: non si rispetta neanche la volontà della Chiesa per i motivi che più avanti tenteremo di intuire. Ecco, intanto, le parole del canto in oggetto:

Alleluia.
La nostra festa non deve finire non deve finire e non finirà. (2 v.)
Perché la festa siamo noi che camminiamo verso te.
Perché la festa siamo noi cantando insieme così: la la la la la la.
Alleluia.

Contenuto del testo
Se ci si ferma al contenuto, sembra di riscontrare una visione superficiale della realtà, accanto ad un assai debole riferimento al trascendente, non meglio specificato: ciò sarà del tutto coerente con l’antropologia e la spiritualità cristiana, ed educativo alla vita secondo il Vangelo? Ad ogni modo, non dobbiamo certo scomodare le grandi tragedie umanitarie per accorgerci che in realtà la festa può finire, eccome.
Piuttosto è qualcos’altro a rimanere, seppure nascosto in mezzo alle difficoltà dell’esistenza: “La gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto.” (Papa Francesco, Evangelii gaudium). La “gioia” è altra cosa dalla “festa delle lampadine”. E’ la gioia della fede, la gioia che viene dall’essere amici di Gesù: gioia che viene ravvivata, nel Canto al Vangelo, dal fatto che il Signore sta di nuovo per parlare, donando ai credenti ancora una volta la sua Parola.
La conseguente spinta a muoversi verso gli altri, viene proprio da qui, poiché è questa gioia che porta ad andare verso il prossimo portandogli in dono ciò che si è ricevuto. Invece, tornando al nostro canto, riscontriamo che alla festa segue un “cantando insieme: la la la la la la”. Non mi dilungo, e credo che non ci sia molto da aggiungere.

Pertinenza liturgica
In primo luogo, per quello che attiene all’utilizzo liturgico di questo canto, possiamo confrontarci con l’Ordinamento generale del Lezionario Romano, chiedendoci: che cosa fanno i credenti riuniti quando cantano l’Alleluia? Leggiamo: “L’Alleluia, costituisce un rito o atto a se stante, con il quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per rivolgere a essa la sua parola, ed esprime con canto la sua fede” (OGLR 23). In poche parole ci viene detto quale sia la ragion d’essere del Canto al Vangelo. Tutti tesi al Signore che sta per parlare, quindi, e non al “noi che cantiamo la, la, la”. Sia ben chiaro: accogliere e salutare il Signore è un atto comunitario, e quindi azione di un noi. Ma l’Alleluia “delle lampadine” distrae l’assemblea, nel senso che la distoglie da ciò che dovrebbe accadere: porta a guardare a se stessi quando invece si dovrebbe volgere lo sguardo a Gesù.
In secondo luogo, occorre notare che il testo del Canto al Vangelo si trova nel Lezionario, incastonato tra le letture: dopo il Salmo Responsoriale nei giorni feriali oppure dopo la Seconda lettura nelle domeniche e nelle solennità. Ebbene, il testo del versetto, non è un elemento neutro, ma prezioso. Vale a dire che, il Canto al Vangelo, insieme agli altri testi della Liturgia della Parola, concorre a creare il contesto entro cui quel dato brano evangelico sarà proclamato. Per questo motivo non è opportuno, salvo poche e misurate eccezioni, sostituire il testo del Lezionario con un altro, poiché altrimenti si alterano quelle coordinate che la liturgia intende offrire per la comprensione dei testi biblici.

Prima conclusione
Forse qualcuno potrebbe dire che me la sono presa fin troppo con un canto che, come io stesso ho rilevato più sopra, ha poche pretese. Non ne avrei motivo, in effetti, se fosse utilizzato di tanto in tanto in qualche raduno di ragazzi o al catechismo: al contrario, viene indebitamente e purtroppo molte volte inserito nelle celebrazioni liturgiche. E tuttavia, se il problema fosse solo questo, limitato all'”Alleluia delle lampadine”, non sarebbe nulla. Invece non è così, e l’aver trattato di questa canzoncina ha per me un valore simbolico. E’ fondamentale, infatti, dedicare del tempo per tentare di mettere a fuoco le questioni e comprendere meglio quale sia la posta in gioco. E’ vero che le strade del Signore sono infinite, ma l’inconsapevolezza con la quale troppo spesso ci si accosta al canto liturgico, è un fatto grave e persistente di fronte al quale occorre adoperarsi per porre rimedio.

Seconda conclusione
In base a quanto si è osservato a proposito del brano Alleluia. La nostra festa, si delineano almeno due princìpi generali, che espongo qui molto sinteticamente.
In primo luogo, i canti che si utilizzano nella celebrazione liturgica devono essere dottrinalmente solidi e, salvo limitate eccezioni, possedere un chiaro contenuto biblico.
In secondo luogo, occorre fare in modo che i canti si integrino bene con il contesto di una determinata liturgia almeno a due livelli:
a) livello testuale: sarebbe opportuno che i canti scelti tengano in debito conto Antifone d’ingresso, di offertorio e di comunione, letture bibliche, canti tra le letture: Salmo Responsoriale e Canto al Vangelo, eucologia. Tendenzialmente senza sostituire questi testi con altri;
b) livello rituale: il canto/musica deve unirsi in modo coerente a quello che si sta facendo. Se con la sua seduzione (o con il suo fastidio) invece distrae dall’azione liturgica, deviando su di sé sola l’attenzione dei partecipanti, ha fallito il suo compito.

La liminalità della musica liturgica

musica liminalità

Si può ritenere che il primo compito della musica liturgica (nella sua espressione sia vocale che strumentale) non sia propriamente e semplicemente quello di elevare l’animo dei fedeli, ma piuttosto  quello di strapparli dal loro mondo (interiore e/o esteriore) per far percepire loro il mondo simbolico del rito e collocarli all’interno di esso. Il coinvolgimento e l’elevazione spirituale dei celebranti dovrà passare attraverso questa condizione di turbamento emotivo, grazie al quale il nostro essere presenti a Dio, agli altri, al mondo viene sospeso e riattivato in modo nuovo. L’attuazione di questo compito può prodursi in molti modi, attraverso le molteplici strategie di cui dispone la musica. L’atto stesso di cantare può essere una prima soglia che, implicandoci corporalmente, ci strappa da una condizione preordinata e ci getta in una nuova situazione emotiva e relazionale. Anche con l’ascolto può aprirsi una breccia, purché sia un ascolto impressivo, un modo di lasciarsi raggiungere e toccare da ciò che ci circonda per diventare tutt’uno con questa realtà. La ricerca pastorale della partecipazione dovrà guardarsi con più attenzione dal rischio di accontentarsi di compiacere il gusto di qualcuno (sia esso ritenuto conservatore o innovatore) o di assestarsi sul minimo di capacità esecutive o di fruizione della musica, per promuovere piuttosto, con l’aiuto di chi è competente, sia la ricerca delle forme musicali adeguate sia l’educazione a servirsene. E’ un aspetto importante dell’ars celebrandi.

Fonte: Luigi Girardi, La liminalità della musica liturgica, in La liminalità del rito, a cura di G. Bonaccorso, ed. Messaggero Padova – Abbazia di Santa Giustina Padova, Padova 2014 (Caro Salutis Cardo. Contributi, 28), p. 269-292.

L’Inno per l’Anno Santo della Misericordia. Appunti.

giubileo-della-misericordia

Insieme alla pubblicazione di Misericordes sicut Pater! – l’Inno per il Giubileo della Misericordia –  si sono fatti sentire vari commenti al riguardo, positivi e negativi. Taluni esternano le loro impressioni “a pelle”, altri argomentano più razionalmente.
Fin dal primissimo ascolto, questo brano mi ha richiamato alla mente lo stile musicale di Taizé. Tra parentesi: quel repertorio non è forse un buon esempio di come la musica liturgica possa far partecipare attivamente i giovani senza ricorrere a canzoni leggere, chitarre strimpellate, ecc…? Migliaia di giovani, da decine di anni, cantano quei canoni in polifonia e anche in latino (!), senza avere l’impressione che quella musica sia “noiosa, monotona, triste”, per utilizzare alcune espressioni riferite a questo inno sui social. Ma non è la musica di Taizé il tema di questo post.

Il testo
L’autore è il P. Eugenio Costa. Il ritornello “Misericordes sicut Pater”, ovvero il motto del Giubileo, è una citazione di Luca 6,36, “Siate misericordiosi come il Padre vostro”. Sono le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli dopo il discorso sull’esigenza dell’amore cristiano verso i nemici (Lc 6,27-36) e prima del triplice comando “non giudicate; non condannate; perdonate” (Lc 6,37-38). La prima strofa è indirizzata al Padre, la seconda al Figlio, la terza allo Spirito Santo, la quarta ha un respiro escatologico, e presentano numerosi riferimenti biblici. In esse vengono ripetute le parole del Salmo 135 “In aeternum misericordia eius” che in italiano traduciamo “Il suo amore è per sempre”. Vi sono, poi, rimandi alla parabola del padre misericordioso (Lc 15), alla grandezza dell’amore di Gesù per noi (Gv 15, 12-17), al giudizio finale sulla base delle opere di misericordia compiute (Mt 25, 31-46), all’inno alla carità di san Paolo (1Cor 13,4-7), all’esigenza di portare il Vangelo in tutto il mondo (Mt 24,14) affinché vi sia un cielo nuovo e una terra nuova (Ap 21,1).

La forma
Dal punto di vista delle forme è determinante, anzitutto, la struttura testuale. Da questo versante, nella composizione di Paul Inwood risiede un’ambiguità, che è questa: Misericordes sicut Pater! è presentato come Inno del Giubileo, ma in realtà un inno non è.
Pur in una variegata forma liturgico-musicale, l’inno possiede una struttura piuttosto riconoscibile: forma libera (per esempio: Gloria, Te Deum…) o metrica (come gli inni della Liturgia delle Ore, o in italiano Noi canteremo gloria a te, per intenderci), e gli sviluppi dell’una o dell’altra forma, come ad esempio gli inni con ritornello (già il repertorio gregoriano ne comprende: Gloria laus, O Redemptor, Crux fidelis…). Quest’ultima struttura oggi sembra dilagare, soprattutto sotto forma di canzone, e non senza problemi.
Misericordes sicut Pater!, dunque, è inno del Giubileo in quanto “sigla” dell’evento – si passi l’espressione – ma dal punto di vista della forma liturgico-musicale dovremmo piuttosto dire che è una litania. La litania, da un punto di vista formale, è caratterizzata da una struttura ripetitiva, binaria e dialogica, formulata con sobri elementi verbali e sonori. La forma più semplice si presenta in questo modo:

A) proposta da parte di un solista;
B) risposta del popolo.

Nella celebrazione eucaristica possiedono questa struttura “A-B” litanie come il Kyrie eleison e l’Agnus Dei. Ma vi sono forme litaniche più elaborate, di cui la Preghiera universale del Venerdì Santo ne è un esempio:

A) esortazione;
B) risposta del popolo;
C) preghiera del solista.

Misericordes sicut Pater! manifesta questa struttura:

A) Misericordes sicut Pater;
B) esortazione;
C) In aeternum misericordia eius.

Come si può notare, la composizione sviluppa ulteriormente la forma litanica: si è previsto il canto del popolo, non solo in A) che diviene un vero e proprio ritornello, ma anche in B) e C), e l’intero brano prevede il canto polifonico. In fase esecutiva, forse sarebbe più coerente riservare B) al canto di un solista o del solo coro.

Utilizzo
Il sito del Giubileo non offre precisazioni al riguardo. Appare chiaro, evidentemente, che sarà utilizzato molto spesso nell’Anno Santo. Ma per quanto riguarda le celebrazioni liturgiche? Il P. Costa, in un’intervista a Radio Vaticana, afferma che “questo canto avrebbe, dal punto di vista rituale, il senso di essere un canto processionale, ciò vuol dire che deve aiutare ad accompagnare una lunga processione, per esempio di ingresso, di inizio di una celebrazione – può essere una Messa o altro – con molte persone, spesso con molti vescovi, sacerdoti e diaconi. Che questo venga accompagnato da questa musica, che ha un suo ritmo pacato, però preciso, che aiuta a camminare nella fede e nella speranza”. Le delucidazioni dell’autore non appaiono del tutto convincenti.
Certo, un canto d’ingresso non per forza deve avere un carattere pomposo, anzi, ma deve pur sempre dare inizio ad una celebrazione: gioverebbe quindi una certa brillantezza per favorire l’unione dei convenuti. Misericordes sicut Pater! proprio per il suo “ritmo pacato” e per la sua stessa struttura, appare come il canto che può nascere da coloro che sono già dentro la celebrazione e che hanno assaporato il mistero, più che il canto di coloro che stanno iniziando a celebrarlo.
Vi è poi un altro punto critico. L’Anno Santo si estenderà per un periodo che va dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016 e le varie celebrazioni si terranno nei tempi di Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua e nel tempo Ordinario, ma purtroppo il testo di Misericordes sicut Pater! non sembra che abbia le caratteristiche per introdurre i celebranti nel mistero di questi diversi tempi liturgici.

Concludo questi appunti, offrendovi il link per l’ascolto e per il download dello spartito.

La crisi della musica liturgica

Interessante intervista al prof. Andrea Grillo, tutta da ascoltare, della quale riporto qui sotto uno stralcio inerente il nostro tema:

La crisi della musica liturgica è causata dalla crisi del senso rituale della liturgia. Oggi potrebbe esserci non solo la continuazione di una grande tradizione secolare, ma novità di ispirazione, di ritmica, di melodie, di armonie, ritualmente significative solo se accettiamo che la musica liturgica è musica nel contesto dell’azione rituale simbolica, che deve in qualche modo accompagnare, trasfigurare, anticipare, approfondire. Solo quando questo sarà di nuovo chiaro – dopo una generazione o due di attraversamento del guado – avremo di nuovo energie fresche che possano non scimmiottare altre esperienze per poter suonare e cantare in chiesa, ma farsi suggerire dall’esperienza che stanno vivendo, le migliori melodie, le migliori armonie, i migliori ritmi, i migliori timbri per questo scopo. Dunque, superare l’alternativa musica d’uso musica d’arte, entrare in una musica autenticamente liturgica dove uso e arte non siano più contradditori.

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