Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci

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E’ online il nuovo Sussidio liturgico Avvento-Natale 2016. Dall’introduzione di Don Franco Magnani: “Una consistente sezione del sussidio mira a sviluppare un ascolto incarnato della ricchissima offerta delle letture bibliche dell’Avvento, con un particolare riferimento ai testi propri del ciclo A. La sezione liturgico-celebrativa del Sussidio di Avvento Natale mira a mettere in luce la caratteristica propria di ciascuna solennità/domenica/festa, così come viene illustrata dall’eucologia, dalla liturgia della Parola, dal Calendario Romano generale, dal Direttorio su pietà popolare e Liturgia e da altri testi del Magistero (es. Marialis cultus). La tematica propria di ogni solennità/domenica/festa ha ispirato anche la monizione iniziale, composta secondo il criterio della brevità ed essenzialità. Per ciascuna domenica/festa/solennità vengono suggeriti, per le parti del proprio della Messa, dei canti pertinenti tratti dal Repertorio Nazionale CEI; per ogni celebrazione è offerta anche la scheda di presentazione di uno dei canti indicati.  Secondo la raccomandazione dell’Ordinamento Generale del Messale Romano circa l’esecuzione del salmo responsoriale «con il canto, almeno per quanto riguarda la risposta del popolo» (OGMR 61) vengono presentate per ciascuna domenica/festa/solennità la partitura del salmo, in formato pdf, e la relativa registrazione audio esemplificativa”.

Canto liturgico da deridere?

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Un produttore discografico della mia città, ascoltando delle mie cose che gli aveva portato mia madre, le disse: questo ragazzo potrà al massimo cantare delle Ave Marie in chiesa.

Così Andrea Bocelli racconta un aneddoto legato agli inizi della sua carriera, durante la trasmissione Zucchero – Partigiano reggiano andata in onda ieri sera su Rai1. Ora, tralasciando qualunque commento sulle qualità canore dell’artista – la battuta verrebbe fin troppo facile ai suoi detrattori – ciò che mi ha colpito è la nonchalance con la quale si esprime una bassa considerazione nei confronti del canto che in chiesa viene eseguito. Non mi riferisco tanto a Bocelli: ma le parole di quel discografico rappresentano un modo comune di pensare “extra ecclesiam“? E – domanda retorica – c’è del vero? Ci riflettano clero, operatori musicali e strimpellatori vari. Non che vada ricercata l’arte per l’arte, ma se la liturgia perde la sua vera bellezza, non viene meno anche la sua forza evangelizzante? Così sembra dire Papa Francesco. E’ un discorso certamente complesso, ma serve una svolta. Anzi, forse la svolta è già lentamente in atto. Speriamo.

Rito ed emozione del canto

emozione

Se l’aspettativa di un modo di celebrare che corrisponda alla propria sensibilità può essere legittima, la pretesa che il rito serva per esprimere il mondo soggettivo dei partecipanti rappresenta invece un rischio “mortale” per il rito stesso. Il rito non è semplicemente espressione di chi lo celebra; al contrario, vuole agire su coloro che lo celebrano, lasciando efficacemente il segno sul loro essere e sul loro vissuto. (…) Il rito presenta i caratteri di una azione appartenente ad un ordine che precede i partecipanti e che non è una loro creazione.

Ciò significa che, pur tenendo conto di tutto il mondo personale con cui ciascuno entra nel rito, è decisiva la disposizione a lasciarsi coinvolgere dalle azioni rituali e lasciarsi modificare da esse. (…) E’ rischioso, quindi, gestire il canto liturgico in funzione di assecondare semplicemente i gusti e le proprie attitudini musicali, di qualsiasi livello tecnico esse siano rispetto alla musica (spesso questo atteggiamento fa del canto un fattore di divisione e contrapposizione tra i fedeli). Ciò che è chiesto al canto è di offrire ai celebranti la possibilità di compiere il gesto liturgico che l’ordo rituale prevede, lasciando che esso provochi o susciti in noi una corrispondente reazione emotivo-affettiva. (…) Rimane importante anche il fatto che la proposta musicale (del canto liturgico) sappia agganciare l’assemblea non solo nel suo riferimento concreto, ma anche secondo le sue capacità, la sua cultura, la sua attitudine a lasciarsi coinvolgere nell’agire rituale. (…) Tuttavia, se è naturale e importante che il canto sia collocabile all’interno della cultura di riferimento dell’assemblea che celebra, deve rimanere prioritario il fatto che è il rito nella sua interezza e con la sua natura specifica a determinare e ispirare una musica ad esso adeguata. Non è il rito che deve adattarsi ai cambiamenti degli stili musicali, ma viceversa.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

Emozione e canto liturgico

emozione liturgia canto

La tonalità emozionale del canto liturgico è la risultanza dell’intreccio con altri fattori determinanti. In particolare: l’assemblea e il rito. Quando si parla del canto liturgico occorre sempre ancorarlo ad un contesto celebrativo, che prevede anzitutto una assemblea concreta come soggetto (attivo e passivo) dell’esperienza sonora. Il soggetto assembleare è in realtà dato dalla compresenza e dall’interazione di più persone, ciascuna con competenze e compiti particolari; ciascuna concorre per sé e per gli altri a costruire l’ambiente sonoro con le sue qualità emotive. Ma il contesto celebrativo è determinato necessariamente dal modo proprio di agire dell’assemblea, ossia dall’agire rituale. Il rito ha una forma prestabilita, richiede determinate azioni, induce precisi atteggiamenti; ma nello stesso tempo è esposto a “farsi carico” del vissuto delle persone, fino a “essere caricato” (o “sovraccaricato”) di attese differenti, talora anche estranee alla logica del rito stesso. L’approccio alla musica liturgica (anche in riferimento alla dimensione emozionale implicata) non può essere solo “musicale”.

La natura del canto rituale si comprende adeguatamente se esso viene considerato in stretta connessione con il contesto rituale. Non si tratta di un canto religioso eseguito dentro la cornice di una celebrazione, né di un canto che diventa un rito a se stante accanto (o sovrapposto) ai riti della liturgia. Il rapporto del canto con il contesto rituale è tale per cui il rito determina la fisionomia e le funzioni del canto e questi concorre alla realizzazione dell’esperienza rituale.

Il gesto rituale della comunità ha un referente cui tende (il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo), è un atto di fede (un atto che realizza la nostra fede in Lui). Ciò significa che non è sufficiente far ricorso a canti che emozionano (per la loro bellezza, qualità artistica, ovvero per la loro capacità evocativa…), occorre infatti poter vivere l’emozione canora con l’intenzionalità dell’atto di fede e fare in modo che l’emozione concorra al costituirsi o rafforzarsi di tale intenzionalità in atto. A tal fine, un elemento importate del canto liturgico è il suo testo.

La complessa multimedialità del rito richiede particolare cura; essa tocca tutta la sensorialità dei celebranti, può far vibrare tutte le corde del sentire. Per una buona ars celebrandi, è di grande importanza la “concertazione” dei linguaggi. Occorre far sì che ciascuno di essi sia adeguato al compito che gli spetta, in armonia con l’insieme dell’azione liturgica, e sia esteticamente all’altezza degli altri linguaggi impiegati, per evitare un stridore che nuoce alla qualità della performance rituale complessiva.

spunti tratti da: L. GIRARDI, L’emozione del canto liturgico: modelli a confronto, in Liturgia e emozione, a cura di L. Girardi, LEV-Edizioni Liturgiche, 2014, p. 175-205.

 

Pueri Cantores: educare al canto liturgico

pueri cantores asti

Dedicarsi all’educazione musicale e al canto dei bambini la ritengo una scelta pastorale quanto mai opportuna, soprattutto se teniamo conto delle ben poche e magari poco serie proposte che in ambito musicale la scuola italiana offre ai bambini, da decenni. E si vede. L’analfabetismo musicale è da noi alle stelle, e in nessun’altra nazione europea accade una cosa del genere: al contrario, diffusamente nelle scuole si impara la musica e a suonare uno strumento musicale (N.B. nulla a che vedere con le nostre spifferate al flauto dolce). Inutile dire che tale situazione si ripercuote, con le ovvie e deleterie conseguenze che ben conosciamo, anche sul terreno liturgico: infatti i bambini di ieri e dell’altro ieri, sono i giovani e gli adulti di oggi. Impegniamoci dunque per il domani: la capacità vocale dei bambini è una dote preziosissima che se coltivata con equilibrio, li aiuterà a crescere in “armonia”, e potranno esprimere al meglio la loro personalità. Il cantare favorisce l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di sé attraverso l’uso del corpo e della voce, stimola la concentrazione nell’ascoltare e nell’imitare. Il coro favorisce la socializzazione utilizzando la vocalità di gruppo non solo come fine ma anche come mezzo per “stare insieme” e assimilare le regole principali di comportamento: rispetto per gli altri, silenzio e pazienza, autoascolto e ascolto degli altri durante il canto.

Dunque, adoperarsi affinché i bambini familiarizzino con il linguaggio musicale ed aiutarli ad assaporare il bello educandoli al canto liturgico, è a mio avviso non solo opportuno, ma quanto mai doveroso. Attenzione! Non mi sto affatto riferendo al gruppetto dell’oratorio affidato ad un inesperto animatore. Costui, per quante buone disposizioni abbia, non sarà in grado di puntare agli obiettivi sopra esposti: farà un po’ di aggregazione, anche simpaticamente, e basta. Bisogna avere la volontà di pensare “in grande” magari uscendo dal proprio orticello e “fare squadra”, tanto più se ad una singola realtà mancassero le risorse necessarie per affidarsi ad una persona competente.

La buona notizia è che, finalmente, con il mese di ottobre 2016 prenderà il via ad Asti il progetto che l’Istituto Diocesano Liturgico-Musicale dedica alle voci bianche. Per info vedi qui.

Prima melodia per il rito della Messa

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Canto e musica esprimono un investimento sulla forma dell’atto liturgico che sposta l’azione su un piano “altro”. La peculiarità del canto liturgico, alla fin fine, sta proprio in questo: nel consentire il superamento del livello meramente informativo del “dire”. Infatti, non solo e non tanto per uno scambio di contenuti verbali si legge, si dialoga, si interagisce nella celebrazione, ma per instaurare la relazione tra Dio e l’assemblea. Ciò è particolarmente evidente nell’intonazione dell’eucologia o nella proclamazione cantata delle letture: una modalità di “prendere la parola” tipica del contesto rituale, che alla relazione Dio-popolo contribuisce a dare forma sacramentale, immettendo nella dimensione simbolica della liturgia. La seconda edizione italiana del Messale Romano (1983) riporta le melodie per il canto dei ministri in dialogo con l’assemblea: purtroppo, la scelta di collocarne la notazione in appendice, “ad experimentum”, non ne favorisce l’utilizzo e solo debolmente smentisce quella inespressa quanto diffusa idea – o di essa ne è conseguenza – che ancora intende il canto come un elemento superfluo ed accessorio alla celebrazione, un suo ornamento per la solennità o una ricreazione dei fedeli. La Conferenza Episcopale Italiana ha anche pubblicato un sussidio musicale (1993), sconosciuto ai più, contenente tutte le melodie finora edite nei libri liturgici in italiano, acquistabile anche online.

Prima melodia per il rito della Messa:
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Ascoltare – Cantare – Celebrare

cantare celebrare

Propongo alla vostra attenzione un testo di Universa Laus, il cosiddetto “Documento II”, pubblicato nel 2002, dal titolo: La musica nelle liturgie cristiane. Nella declinazione dei tre verbi – ascoltare, cantare, celebrare – viene messo in luce l’aspetto comunitario, interpersonale e ministeriale della liturgia, offrendo non pochi spunti di riflessione.

Universa Laus è un’associazione internazionale che si occupa dello studio del canto e della musica per la liturgia; ufficialmente è nata in Svizzera nell’aprile 1966, ma le radici di questo gruppo si trovano in un nucleo fondatore di liturgisti e musicologi che si era riunito per la prima volta nel 1962 (anche se alcuni di loro lavoravano insieme già da un decennio). L’oggetto iniziale del loro studio fu costituito dal sostegno fornito a coloro che erano incaricati di presentare e poi di attuare le riforme del Concilio Vaticano II (qui il sito di Universa Laus – Area italiana).

Di seguito il testo (scarica il pdf):

UNIVERSA LAUS – Documento II
La musica nelle liturgie cristiane

Dio crea parlando. Ogni persona è chiamata a unirsi a quest’opera creatrice. Il Verbo suscita un popolo che parla e rimane in ascolto. Ogni cristiano è invitato a rendersi disponibile e vigilante per rispondere a Dio personalmente.

1. Ascoltare
1.1 L’ascolto impegna la totalità del corpo individuale. L’atteggiamento di ascolto per cui “tendiamo l’orecchio” mette in stato di vigilanza tutti i nostri sensi, così che il corpo si fa tutto udito. L’orecchio governa il corpo che ascolta. L’essere umano esiste perché tutto in lui è interpellato dall’ascolto.
1.2 Ascoltando la parola degli altri, colui che ne era incapace (in-fans) impara a parlare, fa propria l’immagine del suo corpo che ascolta e che parla: diventa se stesso e si rende presente al mondo. Il nostro modo di essere e la qualità del nostro ascolto dipendono da come noi stessi siamo stati accolti e ascoltati.
1.3 Il nostro ascolto è capace di offrire ospitalità all’altro così come egli è. Possiamo essere attenti, in ciò che egli esprime, a quello che dice, ai suoi silenzi, alla sua relazione con Dio, al rumore del mondo in lui e attorno a lui. L’ascolto ci armonizza con l’altro e, insieme a lui, con l’inaudito, che dalla sua parola e dal suo silenzio viene rivelato.
1.4 Non c’è liturgia senza ascolto comunitario della Parola di Dio né senza ciò che essa genera, cioè il reciproco ascolto tra i membri dell’assemblea. Il mettersi insieme in ascolto della Parola di Dio è la sorgente di ogni ascolto reciproco.
1.5 Ascoltare è la prima forma di partecipazione. Partecipare consapevolmente, attivamente e intensamente all’azione liturgica è qualcosa che va oltre la semplice esecuzione dei riti prescritti. Ascoltando, siamo mossi a rispondere con la preghiera, il canto e i gesti, così da aver parte con gli altri al mistero di Cristo.
1.6 Per ascoltare, diciamo che “facciamo silenzio” ma, in realtà, il silenzio è rivelato dal nostro ascolto. Il silenzio non è definito dall’assenza di rumore. Possiamo percepirlo quando il nostro corpo rimane quieto e disponibile, in atteggiamento di ascolto vigilante.
1.7 Il silenzio interiore è l’origine e la condizione della parola e del canto. Parola e canto sono intimamente legati al silenzio. Essi prendono valore dal silenzio da cui nascono, dal silenzio che li anima, e dal silenzio al quale tendono e nel quale hanno il loro compimento.
1.8 Il silenzio è l’atteggiamento della mente e del cuore di chi abbandona ogni chiacchiera inutile per volgersi verso il Verbo. Il silenzio interiore è la qualità fondamentale di tutti i gesti liturgici. In questo senso, non possiamo in realtà fare altro che modulare il silenzio, parlando, cantando, suonando, camminando, prostrandoci, ecc.
1.9 Nell’assemblea celebrante, i ministri, servi della Parola, devono avere un orecchio da discepoli, un “orecchio liturgico”. Se divengono “ascoltanti”, essi, mediante la parola, creano il canto, il gesto, la postura del corpo o il silenzio: condizioni necessarie perché l’orecchio dell’assemblea si apra e il suo ascoltare sia un tendere l’orecchio.
Scritture, di offrire ad essa il proprio corpo, perché l’assemblea possa a sua volta udirla, ascoltarla e lasciare che s’incarni in lei. Da parte sua, il ministro del canto ha il compito di essere in ascolto dell’assemblea per risvegliare in essa la voce che le è propria e per liberarne il canto.
1.11 Col tempo, le difficoltà della vita possono renderci sordi. La liturgia ha il potere di educarci e rieducarci incessantemente all’ascolto, alla parola e al canto.

2. Cantare nella liturgia
2.1 Il gesto vocale è un traguardo nell’evoluzione del linguaggio umano: la posizione eretta ha reso possibile la risonanza della colonna vertebrale e di tutto il corpo; le labbra, la lingua e le mascelle, legate in origine alle funzioni di presa, sono divenute disponibili per il linguaggio articolato; il gesto corporeo primario si è trasformato in grido, poi in canto e in parola. In questo lento processo di umanizzazione, l’essere umano si identifica progressivamente con il logos che lo attraversa; diventa capace di donare se stesso per mezzo della parola e del canto.
2.2 L’atto di cantare mette in gioco tutta la persona. Richiede corpo disponibile, intelligenza e memoria vigilanti. Passando dalla parola al canto, la voce tende ad arricchirsi: si presenta più limpida, più sonora, più “elevata”, non più forte però. La voce cantata illumina la parola e l’intero essere.
2.3 Il canto unifica la persona e crea unità nell’assemblea. Il canto favorisce un atteggiamento di ascolto, compassione, gioia, serenità… Chi ascolta e canta con tutto il proprio corpo viene risvegliato, come soggetto, nel suo sentire e agire. Il canto tende a unificare anche i gruppi umani. Il canto comunitario, animato dallo Spirito, chiama all’unanimità tutti coloro che sono salvati da Cristo, perché lodino con un cuore solo e un’anima sola, formando così un’assemblea santa, corpo di un medesimo ascolto.
2.4 La pratica cristiana è essenzialmente comunitaria: si tratta di cantare insieme, cosa che presuppone un ascolto reciproco esigente. Non ascoltiamo allo stesso modo, quando ascoltiamo insieme. La voce riproduce soltanto ciò che l’orecchio sente; se perciò interiorizziamo la voce degli altri, interiorizziamo anche ciò che gli altri ascoltano. Questa armonizzazione aiuta ciascuno a non ripiegarsi su se stesso, fa passare attraverso la prova del crogiuolo comunitario e dischiude l’ascolto individuale. Le nostre voci possono allora unirsi per formare un’unica risposta, suscitata dal medesimo Spirito.
2.5 L’ascolto reciproco nel canto genera una nuova qualità di relazione fra le persone. Mentre ci rende attenti alla presenza vocale dei membri dell’assemblea, sollecita anche la nostra attenzione nei confronti della presenza quotidiana e concreta dei fratelli e delle sorelle. Il gesto vocale del canto comunitario impegna al gesto etico del servizio.
2.6 Per sua natura, il canto richiede a colui che canta di dare del suo. Per la sua natura ministeriale, il canto liturgico conduce gradualmente il cantore a offrire se stesso in sacrificio di lode nello Spirito, per mezzo di Cristo: il canto liturgico ha perciò funzione educativa, e di introduzione al mistero. Il canto nuovo è quello dell’uomo nuovo che mette in pratica la Parola: egli non canta soltanto con la voce, ma con la propria vita. Così il cantore diviene lode gradita a Dio.
2.7 Non vi sono, in liturgia, canti o musiche che siano sacri in se stessi. Nel culto cristiano, non la musica è sacra, ma la viva voce dei battezzati che cantano in Cristo e uniti a lui.
2.8 In liturgia, la bellezza di un canto o di una musica non esiste indipendentemente dalla celebrazione, dal luogo, dal rito e dall’assemblea che li accolgono. Il canto e la musica possono certamente manifestare ed esaltare la verità di ciò che l’assemblea sta vivendo. Ma ciò che importa è l’atteggiamento di ascolto e di canto di un’assemblea, disponibilità che le conferisce bellezza e che la apre alla bellezza ulteriore.
2.9 Il canto dell’assemblea è intimamente segnato da una gioia nuova, ma porta le tracce dei limiti dell’ascolto individuale e comunitario. Siamo messi alla prova dalla percezione di questi limiti, ma in realtà è una sofferenza di tipo diverso: deriva dal fatto che non siamo ancora completamente rinnovati dal “canto nuovo” che intoniamo e dalla “novità” di Colui che cantiamo.
2.10 Il canto dell’assemblea è sempre possibile, ma è sempre in ricerca della propria pienezza. Il canto è in tal modo testimonianza della Promessa: proclama che il Regno è già presente. Ed è al tempo stesso segno profetico: annuncia che il Regno deve ancora venire. Nella presenza e nell’attesa del Regno, i nostri canti non aggiungono nulla a ciò che Dio è, ma ci avvicinano a Lui.
2.11 Canti, inni, ritornelli e acclamazioni, utilizzati nelle liturgie cristiane, formano un corpus specifico. Essi hanno grande pregnanza in noi perché il canto, che unisce una musica e un testo, fa sì che essi entrino nella memoria. Come le orazioni, i prefazi e le altre parole della liturgia, sono un importante luogo di mediazione tra la Parola e le nostre parole umane.
2.12 Il corpo di colui che canta è il luogo sacro in cui egli sta alla presenza di Dio. Nella liturgia cristiana, il canto dell’assemblea ha bisogno del corpo di ciascuno, donato e unito a tutti, per formare un solo corpo. I credenti, resi capaci di fare corpo mediante il loro canto, uniti per mezzo dello Spirito per essere Corpo di Cristo, partecipano al mistero dell’Incarnazione e manifestano la gloria di Dio.

3. Celebrare con un cuore solo e una sola voce
3.1 Nella celebrazione liturgica, musica e canto permettono a tutti di radunarsi, di accogliersi nelle somiglianze e nelle differenze, di fare corpo senza escludere nessuno, di congiungersi all’azione di grazie dell’ekklesìa in preghiera. Per far sgorgare il canto profondo di tutti e di ciascuno, la musica liturgica deve toccare nell’intimo tutti coloro che vi partecipano, accordandosi ai loro ritmi vitali. Il corpo pacificato conduce al cuore pacificato, l’unità dell’essere all’unione delle persone. Nella stessa dinamica, in comunione fra loro attraverso l’ascolto e il canto, i membri dell’assemblea sono chiamati a uscire da se stessi per andare incontro agli altri.
3.2 Nell’azione liturgica, musica e canto hanno una funzione ospitale: aprire all’ascolto, creare uno spazio di identità mistica in cui gli esseri partecipano di ciò che è il loro fondamento. Preparano il gruppo e i singoli a formare un solo popolo. Musica e canti consentono a ciascuno di abitare nella casa del Signore e di unirsi alla grande lode che vi risuona.
3.3 Perché anche il più piccolo vi trovi il suo posto, la musica liturgica non dev’essere inaccessibile. Perché ciascuno possa essere guidato lungo un cammino di liberazione, essa non deve rimanere chiusa entro luoghi comuni. Come pellegrini che abitano in terra straniera, i fedeli radunati elevano un canto nuovo, che appare allora, al tempo stesso, conosciuto e inaudito.
3.4 Nell’umiltà del servizio, il canto rivela alla comunità ecclesiale che essa ha un ruolo profetico. Il canto comunitario manifesta a tutti che ciascuno riceve sempre e di nuovo se stesso dall’altro e arricchisce l’altro del proprio bene. Ricorda in tal modo che la comunità deve battersi contro il rifiuto della condivisione, lo smarrimento delle differenze, l’asservimento dei più deboli.
3.5 Lasciarsi pacificare, unire, liberare, accogliere e convertire: questo significa celebrare con la propria voce e con gli strumenti. Se tale è il canto nella liturgia cristiana, il ministero musicale nella Chiesa ha in sé qualcosa di temibile. Compositori, cantori, strumentisti non possono dedicarvisi con verità se non aiutando l’assemblea a divenire soggetto della celebrazione formando un solo corpo, e rimanendo con essa in ascolto di ciò che dice lo Spirito.
3.6 In liturgia, musica e canto hanno il compito di favorire, accompagnare ed esprimere il passaggio dalla morte alla vita, che è il frutto di ogni azione sacramentale. Senza violenza, musica e canto possono distogliere il discepolo dalla contemplazione di se stesso e aprirgli gli orizzonti più ampi della promessa evangelica. Senza tuttavia che nessuno – né presidente, né cantore, né ministro alcuno – possa considerarsi padrone del momento in cui si compie, in ciascun membro dell’assemblea, lo spogliamento di se stesso, e tanto meno il passaggio pasquale o l’adozione filiale.

Sequeri: musica per l’incanto della liturgia

sequeri

Di Pierangelo Sequeri, noto teologo milanese che da tempo si dedica ad esaminare i rapporti tra teologia, liturgia e musica, riporto un ampio stralcio di un suo articolo apparso recentemente su Avvenire. Mi sembrano indicazioni lucide e di buon senso. Sarebbe bene prenderne atto e con lungimiranza tirare le debite conseguenze.

L’equivoco fondamentale è stato quello di trattare la nuova ricerca di “canto popolare”, adatto alle celebrazioni parrocchiali normali, che è sempre esistito, come sostitutivo della “musica sacra”: sia del “gregoriano”, sia del canto polifonico. L’ingenuità della pretesa di sostituzione e la pigrizia della reazione di conservazione, hanno prodotto “teoremi” di cattiva qualità che hanno ingombrato il campo e condotto a una paralisi di sterilità. Lo stallo ha però prodotto, alla fine, anche una duplice consapevolezza che può diventare un buon inizio. La prima è che la musica per la liturgia deve essere regolata sui parametri della liturgia. La seconda consapevolezza è che la fase storica della nascita e della creazione della tradizione rituale è finita insieme con la cultura che fondava semplicemente sulla ripetizione delle origini la forza e la vitalità delle istituzioni. Sul canto e la musica nella liturgia riformata c’è stata una riflessione teologica specifica. Le ricadute però non sono state all’altezza del pensiero, perché la competenza e la pratica musicale si sono sottratte al compito, o ne sono state scoraggiate: sia da parte ecclesiastica che artistica.

Purtroppo, i musicisti e gli ecclesiastici si lamentano moltissimo e fanno pochissimo. I giovani migliori, in entrambi i campi, di conseguenza stanno alla larga. Il nostro problema attuale è la disaffezione: i repertori si formano per via di affinità ideologiche più che di sapienza liturgica. Lo stallo dell’affezione e le opposte incompetenze che si fronteggiano potrebbero essere disinnescati dalla riabilitazione di una “corporazione” o “confraternita” dei musicisti di chiesa, che dopo il Concilio sono stati abbandonati a loro stessi oppure sono caduti in ostaggio di opposti caporalati ideologici. Un’istituzione diocesana, con opportuno e severo percorso formativo, in dialogo permanente col Vescovo e con le istituzioni della cultura musicale. A chi, infine, mi chiede quali caratteristiche deve (o dovrebbe) avere, e cosa deve cercare una musica scritta per una liturgia “contemporanea” rispondo che questa è una domanda semplice.

È una musica che non chiunque, e in qualunque modo, potrebbe improvvisare, cantare e suonare. Un servizio ecclesiale molto specifico, pieno di sacrificio di passione, di creazione e di responsabilità. Tutti potrebbero ascoltarla con commozione. Partecipare con brevi e opportuni interventi di conferma e di risonanza. Ma non potrebbero cantarla e suonarla. Sarebbe un incanto abilmente sottratto alla platealità tonale delle musiche che si cantano da sole. Scaverebbe nella fonetica e nella semantica letteraria della lingua materna (non sarebbe una musica nata col latino, adattata orribilmente a un mediocre italiano devozionale). Pochi si metterebbero di nuovo al servizio di molti: così affinata foneticamente, così aderente alla parola, così intensa nella sua capacità di far vibrare l’aula come incenso, che i cantori avrebbero un ruolo e un impegno speciale: come quello del prete, del diacono, del lettore, del predicatore.

Fu così il gregoriano dei monaci, fu così la polifonia sacra dei cantori. Qua e là, poi, un bel Tota pulchra e un Noi vogliam Dio per tutti, nella forma del canto popolare adatto alla contemporaneità dell’espressione media, ci starà benissimo. E non farà perdere alla liturgia il suo incanto. Anzi.

Leggi l’intero articolo su Avvenire

Papa Francesco, la ninna nanna e il canto liturgico

papa francesco pueri cantores

L’esempio portato da Papa Francesco nel suo colloquio con i Pueri Cantores, che già ho raccolto in questo articolo, può ancora giovare ai temi che ci interessano. Forse per la lettura di questo articolo vi servirà più pazienza del solito e per questo mi scuso.

Quando la mamma vuol fare addormentare il bambino, non gli dice: “Uno, due, tre, quattro…”. Gli canta la ninna nanna… la canta… e gli fa bene all’anima, il bambino diventa tranquillo e si addormenta.

Il canto della ninna nanna riguarda momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che possiamo immaginare. La ninna nanna non viene da sola ma nasce e si fonde in un insieme di gesti tipici e identificabili, efficaci in quanto ripetuti, rituali: il contatto fisico, la vicinanza, il tempo dedicato e, appunto, il suono della voce. Elementi di varia natura dosati quasi ad arte, articolati a seconda delle situazioni. Non esiste una ricetta: dipende dalla conoscenza che ogni mamma ha del suo bambino. Tuttavia, la vita quotidiana ci istruisce sul fatto che questo modo di accompagnare ad una buonanotte non sia l’unico, ma che occorra considerarne anche un secondo, che pure può capitare, e che assomiglia molto, quanto a modalità, al contare “Uno, due, tre quattro”. Lo potremmo più o meno identificare con le parole: “Su, dormi”. Certo, questo messaggio espresso a livello verbale bada alla sostanza delle cose e l’obiettivo che  intendere raggiungere è lo stesso, ma penso che nessuno di noi voglia equiparare questa modalità con la prima, vero? Qui viene a mancare quell’efficacia che solo un’esperienza che “fa bene all’anima”, basata sull’utilizzo di diversi codici comunicativi può garantire: il linguaggio del contatto fisico, dello sguardo prolungato, il linguaggio verbale anche, ma soprattutto il linguaggio musicale. La melodia – attenzione –  più che il testo della ninna nanna, veicola il dolce e rassicurante suono della voce della mamma, raccoglie ed esprime a livello simbolico quello che intimamente si sta vivendo.

Ecco, venendo alle nostre liturgie, direi che molto spesso siano al livello del “Su, dormi”: si trasmettono i contenuti (se i preti si preparano, in genere si preoccupano solo dell’omelia) e si utilizza in modo pressoché esclusivo il linguaggio verbale. Una liturgia che bada alla sostanza. Avendone forse percezione dell’inadeguatezza e, più probabilmente, non conoscendo le vere potenzialità del rito, si fa ricorso ai linguaggi musicali, di conseguenza utilizzati in modo inconsapevole, estrinseco e maldestro. Viceversa, il celebrare è un’arte, come la ninna nanna. Occorre una competenza – teorica, ma anche esperienziale ed affettiva, come quella della mamma – verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parole e canto, gesti e silenzi, tempi e spazi, movimenti del corpo, luci, profumi e colori. Non solo aderenza alle norme, condizione necessaria ma non sufficiente: l’ars celebrandi non è rubricismo e ritualismo, ma comprensione della forza dei riti e capacità di innescarne il potenziale in essi nascosto. Un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzare il lato più “corporeo” e non-verbale, tra cui il linguaggio sonoro in primo luogo.

Come la melodia della ninna nanna si inscrive nella relazione mamma/bambino, la manifesta e ad essa rimanda, così musica e canto liturgico sono un tutt’uno con l’azione liturgica. Il canto stesso diventa rito, o comunque esprime, commenta, amplifica, rivela in un modo del tutto peculiare ciò che si sta facendo. Questa particolarità va ricercata nel “di più”, nel “non necessario” e più precisamente nella “gratuità” del canto: un investimento sulla forma dell’atto liturgico rispetto alla sua sostanza. Un eccedenza del modo di esprimere un contenuto, rispetto al contenuto stesso. Un differenza necessaria, poiché la liturgia non è solo scambio di contenuti, di informazioni: il linguaggio musicale, insieme a tutti gli altri codici previsti nell’azione liturgica, sono i veicoli messi a disposizione per andare “oltre”. Questo apporto è particolarmente evidente nella proclamazione cantata delle letture e nell’intonazione dell’eucologia (i testi del Messale): un modo di prendere la parola tipicamente liturgico, che sembrerebbe non aggiungere altro sul piano del contenuto, ma che in realtà immette efficacemente in un mondo “altro”, trasfigurato, quello della comunicazione Dio/popolo.

A mio avviso questa è per l’oggi una questione fondamentale del canto liturgico, alla quale i formatori devono condurre gli “animatori liturgici” e il clero, soprattutto, rifuggendo quelle diatribe anche accese che, ahimè, prendono il via dalla confusione odierna e da questioni del tutto secondarie.

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