Musica della liturgia

BLOG di don Simone Unere. Uno spazio per convogliare pensieri, notizie, approfondimenti sull’aspetto musicale della vita liturgica della Chiesa e condividere opinioni.

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Papa Francesco, la ninna nanna e il canto liturgico

papa francesco pueri cantores

L’esempio portato da Papa Francesco nel suo colloquio con i Pueri Cantores, che già ho raccolto in questo articolo, può ancora giovare ai temi che ci interessano. Forse per la lettura di questo articolo vi servirà più pazienza del solito e per questo mi scuso.

Quando la mamma vuol fare addormentare il bambino, non gli dice: “Uno, due, tre, quattro…”. Gli canta la ninna nanna… la canta… e gli fa bene all’anima, il bambino diventa tranquillo e si addormenta.

Il canto della ninna nanna riguarda momenti che probabilmente abbiamo vissuto o che possiamo immaginare. La ninna nanna non viene da sola ma nasce e si fonde in un insieme di gesti tipici e identificabili, efficaci in quanto ripetuti, rituali: il contatto fisico, la vicinanza, il tempo dedicato e, appunto, il suono della voce. Elementi di varia natura dosati quasi ad arte, articolati a seconda delle situazioni. Non esiste una ricetta: dipende dalla conoscenza che ogni mamma ha del suo bambino. Tuttavia, la vita quotidiana ci istruisce sul fatto che questo modo di accompagnare ad una buonanotte non sia l’unico, ma che occorra considerarne anche un secondo, che pure può capitare, e che assomiglia molto, quanto a modalità, al contare “Uno, due, tre quattro”. Lo potremmo più o meno identificare con le parole: “Su, dormi”. Certo, questo messaggio espresso a livello verbale bada alla sostanza delle cose e l’obiettivo che  intendere raggiungere è lo stesso, ma penso che nessuno di noi voglia equiparare questa modalità con la prima, vero? Qui viene a mancare quell’efficacia che solo un’esperienza che “fa bene all’anima”, basata sull’utilizzo di diversi codici comunicativi può garantire: il linguaggio del contatto fisico, dello sguardo prolungato, il linguaggio verbale anche, ma soprattutto il linguaggio musicale. La melodia – attenzione –  più che il testo della ninna nanna, veicola il dolce e rassicurante suono della voce della mamma, raccoglie ed esprime a livello simbolico quello che intimamente si sta vivendo.

Ecco, venendo alle nostre liturgie, direi che molto spesso siano al livello del “Su, dormi”: si trasmettono i contenuti (se i preti si preparano, in genere si preoccupano solo dell’omelia) e si utilizza in modo pressoché esclusivo il linguaggio verbale. Una liturgia che bada alla sostanza. Avendone forse percezione dell’inadeguatezza e, più probabilmente, non conoscendo le vere potenzialità del rito, si fa ricorso ai linguaggi musicali, di conseguenza utilizzati in modo inconsapevole, estrinseco e maldestro. Viceversa, il celebrare è un’arte, come la ninna nanna. Occorre una competenza – teorica, ma anche esperienziale ed affettiva, come quella della mamma – verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parole e canto, gesti e silenzi, tempi e spazi, movimenti del corpo, luci, profumi e colori. Non solo aderenza alle norme, condizione necessaria ma non sufficiente: l’ars celebrandi non è rubricismo e ritualismo, ma comprensione della forza dei riti e capacità di innescarne il potenziale in essi nascosto. Un gioco rituale che implica una cura sincera della forma del rito, cercando di valorizzare il lato più “corporeo” e non-verbale, tra cui il linguaggio sonoro in primo luogo.

Come la melodia della ninna nanna si inscrive nella relazione mamma/bambino, la manifesta e ad essa rimanda, così musica e canto liturgico sono un tutt’uno con l’azione liturgica. Il canto stesso diventa rito, o comunque esprime, commenta, amplifica, rivela in un modo del tutto peculiare ciò che si sta facendo. Questa particolarità va ricercata nel “di più”, nel “non necessario” e più precisamente nella “gratuità” del canto: un investimento sulla forma dell’atto liturgico rispetto alla sua sostanza. Un eccedenza del modo di esprimere un contenuto, rispetto al contenuto stesso. Un differenza necessaria, poiché la liturgia non è solo scambio di contenuti, di informazioni: il linguaggio musicale, insieme a tutti gli altri codici previsti nell’azione liturgica, sono i veicoli messi a disposizione per andare “oltre”. Questo apporto è particolarmente evidente nella proclamazione cantata delle letture e nell’intonazione dell’eucologia (i testi del Messale): un modo di prendere la parola tipicamente liturgico, che sembrerebbe non aggiungere altro sul piano del contenuto, ma che in realtà immette efficacemente in un mondo “altro”, trasfigurato, quello della comunicazione Dio/popolo.

A mio avviso questa è per l’oggi una questione fondamentale del canto liturgico, alla quale i formatori devono condurre gli “animatori liturgici” e il clero, soprattutto, rifuggendo quelle diatribe anche accese che, ahimè, prendono il via dalla confusione odierna e da questioni del tutto secondarie.

Papa Francesco: il canto educa l’anima

papa pueri cantores

Papa Francesco ha incontrato nell’Aula Paolo VI i 6.000 Pueri Cantores giunti a Roma per il 40° Congresso Internazionale. Dato che un suo autorevole intervento sulla questione del canto liturgico, per quanto atteso dagli addetti ai lavori, si fa attendere, merita dunque raccogliere anche i più piccoli accenni al riguardo. Ecco un breve estratto del suo discorso:

Domanda: Che cosa pensa del nostro canto? Le piace cantare?

Papa Francesco: “Che cosa pensi del nostro canto? Ti piace cantare?”… Mi piacerebbe sentirvi cantare di più! Ho sentito soltanto un canto, spero che ne facciate altri… Mi piace sentire cantare, ma, se io cantassi, sembrerei un asino, perché non so cantare. Neppure so parlare bene, perché ho un difetto nel modo di parlare, nella fonetica… Ma mi piace tanto sentir cantare. E vi dirò un aneddoto. Da bambino – noi siamo cinque fratelli – da bambini, la mamma, il sabato, alle due del pomeriggio, ci faceva sedere davanti alla radio per ascoltare. E cosa ascoltavamo? Tutti i sabati si faceva la trasmissione di un’opera [lirica]. E la mamma ci insegnava com’era quell’opera, ci spiegava: “Senti come fa questo…”. E da bambino ho provato il piacere di sentir cantare. Ma mai ho potuto cantare. Invece, uno dei miei nonni, che era falegname, mentre lavorava cantava sempre, sempre. Il piacere di sentire cantare mi viene da bambino. Mi piace tanto la musica e il canto. E cosa penso del vostro canto? Spero di sentirne qualcun altro. D’accordo? E’ possibile?
Vi dico una cosa: il canto educa l’anima, il canto fa bene all’anima. Per esempio, quando la mamma vuol fare addormentare il bambino, non gli dice: “Uno, due, tre, quattro…”. Gli canta la ninna nanna… la canta… e gli fa bene all’anima, il bambino diventa tranquillo e si addormenta. Sant’Agostino dice una frase molto bella. Ognuno di voi deve impararla nella propria lingua. Parlando della vita cristiana, della gioia della vita cristiana, dice così: “Canta e cammina”. La vita cristiana è un cammino, ma non è un cammino triste, è un cammino gioioso. E per questo canta. Canta e cammina, non dimenticare! E così la tua anima godrà di più della gioia del Vangelo.

Pur nella semplicità di un colloquio con i Pueri, Papa Francesco ha toccato una questione fondamentale del canto liturgico: “quando la mamma vuol fare addormentare il bambino… gli canta la ninna nanna… la canta…”. La ninna nanna, non si dice: si canta. Così cantando, la mamma ha speranza – fondata sull’esperienza ripetuta, direi rituale, appunto – che si crei quel clima sereno nel quale il bambino si addormenterà; cosa improbabile se iniziasse a contare “uno, due, tre…”. Il canto, nel contesto liturgico, è come la ninna nanna. Il tema di fondo, dunque, è quello della forma rituale, tema che la teologia e la pastorale liturgica più attenta indicano da un po’ di tempo come urgente. Infatti, un conto è il celebrare validamente, fermandosi alla sostanza della liturgia. In questo caso il 90% del tutto è compiuto dal prete che, utilizzando in modo esclusivo il linguaggio verbale (il detto), riafferma concetti e trasmette contenuti; il coro inserisce qualche canto in taluni momenti della celebrazione; talvolta spuntano cartelloni e si leggono le didascalie della catechista. Tutt’altra cosa è progettare una celebrazione nella speranza che sia fruttuosa, affidandosi intelligentemente alle potenzialità rituali. Qui entrano in gioco tutti quegli aspetti, e in primis il codice sonoro, ai quali l’attenzione alla forma rituale richiama. Il canto, da questo punto di vista, non è qualcosa di estrinseco, di aggiunto perché bello o divertente, ma un elemento rituale necessario affinché un rito venga posto nella sua pienezza, e comunque intrinseco all’azione che si sta compiendo, perché sia vissuta e partecipata con frutto.

Clicca qui per leggere l’intero discorso.

Musica liturgica giovanile?

batteria

Sull’ultimo numero del Bollettino Ceciliano, l’editoriale di don Valentino Donella dal titolo “Tanti modi di dire il falso” tratta di un’espressione utilizzata da tempo in campo ecclesiale: la musica liturgica giovanile. Tra l’altro, scrive:

Cosa significa? musica composta dai giovani? eseguita dai giovani? adatta ai giovani? che i giovani amano? Si, tutto questo forse, ma anche qualcosa di più e di peggio, che nessuno dice o non ha il coraggio di evidenziare. La musica giovanile è anche il linguaggio delle canzoni, del divertimento e dei festivals, della radio, della televisione e del mercato discografico: idioma malamente adattato al servizio liturgico. I due aggettivi esprimono una falsità, anche se chi li usa è ben lontano dal rendersene conto e tanto meno intende con essi ingannare chicchessia.

In seguito, Don Donella evidenzia i motivi che, a suo modo di vedere, rendono falsa l’espressione musica liturgica giovanile. Riassumo utilizzando le sue parole: la falsità sta nel fatto che non sono stati i giovani ad introdurla, ma i religiosi, i curati e i parroci. E’ falsa e ingannevole perché appartiene ad un vocabolario ideologico, parente del sessantottismo. Falsa e ingannevole perché non producendo interiorizzazione e spiritualità, fa male a chi la pratica e alla stessa liturgia. L’argomentazione offre sicuramente vari spunti da approfondire.

Di certo, alcuni luoghi comuni sono stati già ampiamente sfatati, e chi tutt’ora prosegue su questa linea denota un pensiero troppo corto. Ad esempio, l’idea secondo cui un certo modo di fare musica attirerebbe i giovani: “Così almeno vengono!” Vengono fino ad un certo punto, e in piccola parte, come ad altre attività. E’ altrettanto un dato acquisito – almeno dalle mie parti, ma penso anche altrove – che la presenza nelle parrocchie di due cori, quello degli adulti e quello dei giovani, sia fonte di tensioni amare e trascinate negli anni. Molto meglio imporsi di integrare le varie fasce d’età in un unico coro.

Rimangono alcuni dubbi e domande. La musica liturgica giovanile, dovrebbe essere cantata da un coro e da un’assemblea di giovani. E mi starebbe bene. Ma se il coro utilizza il suo repertorio giovanile anche con fedeli di variegata tipologia, lasciandoli muti spettatori, come papa Pio X denunciava già nel 1903? Queste modalità celebrative sono vecchie di 200 anni. I coristi che cantano musica liturgica “giovanile”, poi, non dovrebbero poter essere collocati in una fascia d’età abbastanza precisa? Tuttavia non è raro che tali cori siano formati da vari 45enni e oltre. Dunque tale repertorio non è propedeutico ad un altro più adulto e popolare, ma alternativo ad esso? Il repertorio giovanile è pieno zeppo di canti per la Messa: inizio, offertorio, comunione, fine. E le altre parti? Forse è sottesa l’idea della Messa come recipiente/contenitore per canti?

Per finire: non sarà che questa musica liturgica giovanile sia composta ed utilizzata unicamente in quanto facile, immediata, spicciola? Generalmente non necessita di competenze musicali, né grosso impegno. E il pastore che cosa dovrà fare? Dare pacche sulle spalle e assecondare queste facili scorciatoie, o indicare pazientemente e con gradualità la strada della formazione, della crescita, della consapevolezza?

Perché l’organo e non la chitarra?

chitarra

E’ sbagliato vedere l’Organo e la Chitarra in termini di “o, o”. Entrambi sono egualmente validi e dipende dalle circostanze nelle quali sono usati. La mia unica riserva è che debbano essere suonati bene e in modo sensibile. Le chitarre strimpellate non hanno posto nella liturgia e organi suonati in malo modo possono essere un disastro liturgico. La Chiesa deve educare i suoi musicisti ai più alti livelli e mai permettere standard penosi. La musica liturgica deve condurre a Dio. Non deve far infuriare le persone e condurle sull’orlo dell’inferno. Sarà un grande giorno quando la Chiesa  insisterà su una musica che sia trascendente e guidi i fedeli alle porte del paradiso.

Fonte: M° Colin Mawby in Il Naufrago / Castaway

Condivido. Non si costruisce nulla con i giudizi a priori e le posizioni assunte per partito preso. Ogni dialogo è destinato a naufragare se parte da opposizioni tipo “organo sì, chitarra no”, oppure “questo canto mi piace, questo no”.

Condivido, inoltre, che la questione della chitarra nelle azioni liturgiche sia legata in primo luogo non allo strumento, ma alla poca preparazione musicale di chi la utilizza. Posso ipotizzare, infatti, che colui che “strimpella” – per riprendere l’espressione di Mawby – la chitarra, possieda con molta probabilità una scarsa cultura e sensibilità musicale, e che sia inclinato ad apprezzare maggiormente un certo tipo di repertorio – poco impegnativo, leggero, spesso scadente anche nei testi – piuttosto che un repertorio di qualità, consono alla celebrazione liturgica? Credo di si. A questa situazione non si pone rimedio con gli aut aut o le pubbliche lamentele. È meglio creare le condizioni per un dialogo franco e pacato, senza illudersi di raccogliere frutti nell’immediato: Tu che suoni in chiesa, ne hai le capacità? In quale misura conosci la musica e la liturgia? Ti sei mai preoccupato di verificare le tue competenze e di cercare il confronto con una persona preparata?

Bene, ognuno si assuma le sue responsabilità, faccia quanto gli è possibile (e non ciò che gli è più comodo), e magari metta in conto di frequentare un bel corso formativo per un servizio liturgico sempre più degno del mistero che celebra.

Asti God’s Talent?

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In occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, il servizio di pastorale giovanile diocesano di Asti ha organizzato un talent ispirato ai noti format televisivi. Sette cori giovanili si sono sfidati a colpi di canti liturgici “riarrangiati”. «L’obiettivo del talent degli oratori era creare nuovi cori e far rinascere quelli vecchi, ed è stato colto nel segno. Ha riavvicinato numerosi giovani alla messa e al servizio liturgico, perché è vero che chi canta, senza fatica prega due volte» ha dichiarato sicuro don Carlo Rampone, ideatore del talent, a Gazzetta d’Asti.

Certo, l’ottimismo è il profumo della vita, diceva Tonino Guerra in uno spot-tormentone di Uni Euri passati. Tuttavia, dubito che il responsabile della pastorale giovanile diocesana si sia davvero espresso in quei termini; in caso contrario, la notizia sarebbe ancora più clamorosa di quanto già appare. Da decenni, infatti, ci si trova di fronte al fenomeno delle assemblee liturgiche festive disertate da oltre il 90% dei giovani dopo aver ricevuto il sacramento della Confermazione. Certo, si può fare sempre di più e meglio, ma non si può dire che finora la Chiesa non abbia voluto prendersi cura dei suoi giovani. Vescovi, preti, diaconi; teologi, liturgisti, pastoralisti; genitori, catechisti, educatori in Italia e nel mondo (per lo meno quello occidentale) da anni sono più che mai interpellati da tale difficoltà. Ma ecco, dopo tanto penare, finalmente abbiamo la soluzione: avanti con la X Liturgy. Che sia così? Non voglio credere che si stia confondendo un happening ben riuscito, con i compiti e gli obiettivi della pastorale liturgica e giovanile. Il successo del primo è immediatamente riscontrabile, mentre i frutti buoni e duraturi della pastorale si raccolgono negli anni, spesso in modo misterioso.

Per carità, si potrebbe dire che “tutto fa brodo” – si passi l’espressione – e che un sano momento aggregativo ci sta sempre bene. Ma ai giovani andrà anche detto che non basta aver “riarrangiato” un canto per essersi riavvicinati alla liturgia, e che non un qualsiasi cantare significhi pregare, meno che mai “due volte”. Viene spesso citato maldestramente, l’antico detto: «chi canta bene, prega due volte». “Bene”, significa in primis che vi deve essere una retta intenzione in chi canta, poi che il canto sia per quanto possibile bello qualitativamente; ma soprattutto che sia opportuno a manifestare la preghiera. Nel contesto della liturgia, il canto dovrà essere liturgicamente pertinente. Cosa significa? E come si fa? Chiedetelo alla pastorale liturgica o alla pastorale giovanile, non ai talent.

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